mercoledì 23 dicembre 2015

I miei ricordi di Natale.

   Anche quest'anno, il Santo Natale è arrivato. E anche quest'anno, vi lascio in compagnia dei  miei ricordi da bambino. Sempre gli stessi, perché io mai fui più lo stesso. Ricordi di quando tutto era bello. Di quanto io e mia sorella Stefania scherzavamo, litigavamo e sorridevamo, entrambi, sulla stessa terra. Un nuovo anno non è solo un anno in più sul groppone, ma è anche un anno in meno che mi separa dal riabbracciarla. E allora, io lo rispetto, perché esso non m'è ostile.
   Mi fa piacere offrirvi un'ideale calice di Bellavista e lasciarvi con qualche mio ricordo, intenso e denso perché pregno... Di me, in stille.





   Ci fu un tempo che mi vide piccino…
Non saprei come parafrasarlo. Tuttavia, allorquando nostalgico, talora malinconico, mi ritrovo ad abbandonare il corso d’opera a favore della mia infanzia, alla mente, un solo mese, un solo luogo, e al corpo una sola percezione affiorano.
Dicembre, e il freddo, fuori.
I miei affetti di fronte al camino, al caldo, dentro.
   Mia mamma che stende castagne, patate americane, e mentre racconta aneddoti su antenati e Janare che giura essere veri, mi rimprovera di star troppo sotto, troppo vicino al fuoco, e al suo scoppiettio.
   Mi sembra di sentirla: << Allontanati dal fuoco! … E tu, Stefà!... Stai attento a Massimino! >>, ah be’, le mamme. Che bella invenzione, le mamme. Su questo, poco è davvero cambiato, per lei sono Massimino anche oggi che ho quarant'anni e supero il metro e ottanta.
   Ed io, puntualmente, come se mai glielo avessi domandato prima: <<Mamma… Cosa sono quei fischi che fa il fuoco ?>>.
<< Quelle sono le malelingue, Massimino. >>
<< Le malelingue ?... Parlano male di te ? >>
<< No. Solo di te. Adesso scaldati, e stai zitto perché devo studiare. >>, intromettendosi tra me e la mamma, mi rispondeva mia sorella che poi intenerita dal mio esserci rimasto male, sorridendo, mi passava la mano tra i capelli, scompigliandoli. E facendomi sentire ancor più piccolo di quanto in realtà io fossi. E mi piaceva. Perché ero un bambino. Perché il mondo e il suo lerciume non m’aveva ancora invaso le froge. Perché l’odore di certi istanti, te lo ritrovi impregnato nei ricordi fino alla fine. Quasi a volerti dire: Questo è ciò che è stato. Questo è ciò che mai tornerai ad avere. Fattelo bastare.E invece, non basta mai. Le cose belle non bastano mai perché durano poco. Troppo poco. A cinque anni, come a quaranta. Sempre.
   Ho sempre avuto le mani gelate. Sempre. Mani e piedi ghiacciati. La mia sorellina che era più grande di me, ci scherzava: << Hai le mani ghiacciate perché il sangue ti è finito tutto sulle labbra! >>, e tutti ridevano, e ridevo anch’io. Ma non sapevo il perché. Era bello e basta. Tuttavia, la spensieratezza, le risate, tutto faceva parte del conto. Perché le cose che contano non sono mai in saldo. E la vita, segna tutto. Il pareggio non esiste. Ma esistono le lacrime che copiose, mai paghe, m’avrebbero scortato, inesorabili, lungo gli anni a venire. Ma questa, è la mia storia più recente e quindi, un'altra storia.

   E allora, in attesa di raccontarvene altre e piacevoli:
   Buon Natale, di cuore.


martedì 27 ottobre 2015

Chantal - un mese dopo.




   Chantal gli piombò alle spalle mentre sfilettava stoico il coregone che avrebbero desinato per cena, alla fiamma. 
   Un'occasione bramata e attesa fin troppo per il naso del commissario, per quel suo fiuto che nel taccuino dei sensi figura alla riga numero sei. E piovuta poi così, all'improvviso, quando pareva che nulla dovesse concretizzarsi.
   La pasta fatta in casa già nell’acqua bollente e il pane nel forno, a tostare. Il Bellavista Saten al ghiaccio, il Vinnae di Silvio Jermann nella cantina climatizzata e il Barbaresco nel decanter, ma solo come rincalzo, perché con le donne non si sai mai.
   Ah, be’... Questo il commissario lo aveva imparato. Le donne vanno, vengono, dicono che ti adorano e per suggellarlo spariscono, talvolta poi tornano con una storia neanche ben imbastita e, come da copione, pretendono tu ci creda. Perché le donne non hanno mai nulla da dimostrare. Le donne sono assiomatiche, le ami o cambi strada. Ah, le donne... Ebbene si, il commissario lo sapeva bene, con le donne, non si sa mai. Se solo avesse immaginato che tutta quella dedizione di lì a poco avrebbe assunto, dello strinato, forma ed effluvi… 
   Col braccio teso arrangiò l’indice della mano destra a mo’ d’una lancia affilata e glielo appuntò impettito al centro della schiena. Il commissario si voltò di scatto e se la trovò di fronte che lo fissava con lo sguardo a metà tra l’indispettito e il languido, e le mani a cingersi la vita. La crine bionda e lunga le scendeva da un lato fino alle reni, e dall’altro s’adagiava soffice sopra il vestito, davanti, lambendole il seno sinistro. La squadrò da capo a piedi, poi gli sfuggì un sorriso. Il commissario si mostrava divertito da quella presa di posizione, fortuita, stuzzicante. 
   La fanciulla si mordicchiò le labbra, le dischiuse e inquieta come un picchio, esordì secca:
   << Hey, tu... Sì, dico proprio a te! Hai una grossa responsabilità, lo sai ? >> Gli occhi, cerulei e sgranati, come fari abbaglianti e predatori le si illuminarono d’incanto come a voler dire caro, adesso si fa sul serio. Proseguì rapida, senza indugi, quasi sfrontata:
   << Quello che indosso è il vestito più brutto che ho e l’ho comprato per te! >> La fissa, da un angolo della bocca la lingua le spunta lenta, s'impenna, impertinente come un'onda lasciva batte il labbro superiore da parte a parte e poi pigra si ritira, lasciandolo vistosamente umettato. Fa una scorpacciata d'aria e pontifica: << Vediamo quanto ci metti a togliermelo dalla vista! >>
   Il commissario tentennò. Non l’aveva ma veduta così meravigliosamente determinata. Ma il suo indugiare non era mancanza di intraprendenza. Affatto. Non stava perdendo tempo arrancando in quel silenzio, era il suo modo di contemplare il di lei splendore, in segretezza. Come se tutto d’un tratto, quello, fosse per assodato il segreto che mancava. Il collante che fissasse il prima al dopo. La sorgente dove abbeverasi, la carne dove nutrirsi. Avrebbe voluto annegare nell’estasi divampata dalla magia di quegli istanti per un poco ancora, ma la fanciulla inesorabile gli andò sotto coi denti stretti e sollevata lentamente una gamba gliela fece scorrere lungo il lino antracite del pantalone. Ginocchio contro ginocchio, ginocchio contro coscia, e a salire, tra le gambe. L’intento della fanciulla era cristallino. Non desiderava altro che egli s’accendesse, ma non d’un fuoco qualunque. Che lui la guardasse come se altra donna fosse mai esistita. Che lui la guardasse come lei lo guardava. Lo strattonò, si scostò di colpo e imperativa, con quanto fiato in gola, perentoria, gli disse: << Scopami! >> E si voltò di scatto lasciandolo a fissare le sue spalle nude e liberando nell'aria, maliziosamente, qualcosa a fil di labbra: << Sempre tu ne sia capace... >>
   Il commissario con una mano spazzò via quanto ancora indugiasse sulla spianatoia in legno pregna di farina e residui di pasta. La trasse a sé, le fece scorrere le mani lungo le gambe, e il vestito, succinto, s’alzò di quel tanto che fosse bastato agli intenti della sua fantasia. La sollevò veemente e la liberò senza troppa cura sul pianale lasciandola seduta. Un brivido le percorse la spina dorsale allorquando le natiche impattarono sul faggio gelido e una nube commista di semola rimacinata e vaporosa doppio zero le si elevò tra le cosce, spargendosi ovunque, << Ho già veduto in sogno questa scena. Tu nella mia cucina, io che ti infarino, i miei denti forti a strapparti di traverso le mutandine e noi a fissarne la traiettoria mentre volano impazzite verso chissà dove… >>
   Chantal strabuzzò gli occhi mordicchiandosi il pollice, si schiarì la voce e circondandogli il collo con le braccia gli fece scivolare in un orecchio: << Oh, Oh… Brutte notizie in arrivo… Carina davvero sta fantasia, ma… Credo proprio che sarà per la prossima volta... Peccato! >> Sorridendo maliziosa gli si strusciò col naso sulle labbra morbide lievemente dischiuse, prese a mordicchiarle, baciarle. Un bacio sapiente, a lenire irriverente, ogni morso. Adesso languida gli percorre le labbra turgide con la lingua, aspergendole. Mentre, smemorata, era intenta a seguirne per la terza volta i contorni, la preda divenuta predatore le inchioda la punta girovaga brandendola risoluta, con la bocca. La mantiene in scacco per quattro cinque secondi prima di rilasciarla alla legittima proprietaria ed esordisce: << La prossima volta ? Ma tu sei pazza… Per la prossima volta ho già in mente... >>, il commissario preferì non completare la frase, accostò il volto a quello di Chantal e le sigillò le labbra con uno di quei baci che narrano preludio, passione detonante e assodata complicità. Trattenne il suo corpo contro il proprio mentre al bacio s’arroventava, affannoso, il desiderio più tumido. Chantal gli slacciò i pantaloni che ormai avevano preso la più florida piega. Le fece scivolare una mano tra le gambe mentre con la bocca le lustrava il collo, << Ma… >>, accennò il commissario corrugando la fronte e ritraendo la mano. Chantal appariva divertita e s’abbandonò ad una risata senza freni, spontanea. Era realmente giubilante, serena. << Te l’avevo detto che sta fantasia te la dovevi scordare… Oggi ho dovuto fare un sacco di cose, il parrucchiere, le unghie… Mica potevo ricordarmi pure di indossare le mutandine! >>, scoppiarono a ridere.
   Dissipata l’ilarità, Chantal precisò: << Che poi, “mutandine”... A dir la verità di solito porto il C-string… >>
   << Porti il C che ? >>, rispose interrogativo il commissario. Ancor più divertita di prima, gli andò sotto un orecchio sussurrando: << Allora, vedo che la penna ce l’hai già, rimedia il quadernino e dalla prossima cominciamo le lezioni d’aggiornamento... >>. 
   Tra una battuta e l’altra la prese in braccio e raggiunsero la camera da letto senza nulla indosso. La adagiò sul giaciglio e si inginocchiò sopra di lei, contemplandone la bellezza. Le baciò il ventre sentendolo tremare sotto i colpi della sua lingua tracotante che tracciava  cerchi di diametro via via maggiore intorno all'ombelico. Le posò i pollici sui fianchi e cominciò a scendere con le labbra senza mai abbandonare la sua pelle. Gemette. Gridò. Gemette ancora e lo inchiodò al suo sesso intrecciandogli le gambe intorno al collo. L'avrebbe tenuto così per tutta la vita, ma scelse di liberarlo e con un guizzo gli salì sopra a cavalcioni guidando con una mano la tumida carne del commissario dentro di sé... 
   Rimasero a contemplare soffitto e lampadario in silenzio, giusto il tempo di riprendere il fiato. Naturalmente, lei fece per prima.
   Chantal gli dice che lo ama. Il commissario le risponde: << Anch’io. >>
   Il puzzo di bruciato dalla cucina comincia a diffondersi per tutta la casa. 
   Chantal pensa che stasera ceneranno fuori. Il commissario pensa che è sposato...


 M.
(L'uomo dei difetti...)

venerdì 18 settembre 2015

Un pomeriggio, all'improvviso.


Un pomeriggio, così, all'improvviso

   Chantal irruppe nella mia vita in un giorno qualunque, durante un appostamento qualunque, in un luogo affatto qualunque.
  Sorvegliavo quell’androne e quelle imposte da tre giorni e quattro notti. Complici l’astinenza dalla nicotina, il rapporto ormai a distanza che avevo instaurato con il letto, la fame o il vento che soffiava la pioggia contro il parabrezza al ritmo di una Breda 37, che commisi l’errore che un buon poliziotto non dovrebbe mai commettere.
Lasciai che il più bel pezzo di femmina che avessi mai veduto uscire da un'auto, incrociasse e sostenesse per più di quattro secondi il mio sguardo.
   Quattro luridi secondi in senso assoluto possono significare un bel niente. Si tratta tutto sommato di un lasso temporale trascurabile, di un non nulla. Ma nella sottile dinamica dell’attrazione trai i sessi, il pacchetto dei quattro secondi segna il limite oltre il quale viaggia la sola perdizione. Dove tutto è possibile. Ma anche dove il paracadute non si apre mai. E allora, fuggi!
Scappa, prima che l’uomo tutto d’un pezzo vacilli e la diavolessa con la frusta risalga gli inferi a morderti le chiappe.
Perché se non abbassi lo sguardo prima del quarto secondo o non te la dai a gambe levate, amico mio sei bello che fottuto.
  Avevo appena abbassato il finestrino del lato passeggero per squadrare meglio un tizio che la vidi scendere dal coupé Mercedes, sola. La gonna stretta che le sale sulle cosce e il tacco che la slancia diritta verso il paradiso, ma a metà strada, prende a fissare me che già fissavo lei. E riparte il cronometro. Uno, due, tre, quattro… E cazzo!
Ormai era andata, alle orecchie già gracchiava la voce del nano di Funeral Party che agitando i pollici verso l'alto, 
saltellando da una gambetta all'altra, mi ripeteva:
   << Cazzo, amico... Sei fottuto! >>
   Davanti agli occhi della mente ho veduto il parabrezza spaccarsi in due proiezioni indipendenti come al cinematografo. Da un lato c'era il fungo dell'atomica che m'accecava e dell'altro vedevo il tradimento di Dalila, il trancio delle sette trecce, Sansone e tutti i filistei tra le macerie.
   Io non potevo permettermi di andare via. Allora pregai andasse via lei. E se ne andò. Sgattaiolò di corsa con la giacca sopra la testa lungo il viottolo alberato attiguo al palazzo che stavo osservando.
   Anche se tutte le prove sono contro di me, vi assicuro che il mio cervello è, ed è sempre stato,  localizzato nel cranio. Ma già le mie fantasie avevano preso il là.
   Non ebbi neanche il tempo di patirne la mancanza che me la ritrovai a pochi passi, sul marciapiede, e con un pastore tedesco al guinzaglio. Era lui che trascinava lei. Mi passò di fianco, avanti e indietro, almeno cinque volte. Si era cambiata, adesso indossava una camicetta bianca sotto un blazer di tweed. Sapevo di non doverlo fare, ma era più forte di me. Abbassai il finestrino e lo tenni giù, il gomito appena appoggiato sulla guaina della portiera e la radice di liquirizia infilata tra le labbra, salda tra i miei denti.
  Ci guardammo ancora, più volte in pochi istanti.
Il cane, di razza pura, s’avvicina con le orecchie rizzate diritte come antenne alla mia gomma anteriore sinistra annusando a terra. Ma è solo una finta, soffoca un guaito e schizza fuori dal marciapiede. La donna lo trattiene a fatica mentre l’animale la strattona.
  <<
Rasti! Buono! >>, la sento gridare. Una smorfia con la bocca, un gesto di stizza e il guinzaglio finisce nell’altra mano.
  Adesso, mi dà le spalle.
Mi ritrovo con un biglietto in prima fila per uno spettacolo al quale avrei voluto assistere a tutte le repliche vita natural durante.
  Rasti allenta la presa e torna scodinzolando dalla dea padrona, che si volta, e mi sorride. Si avvicina di un passo, la dea mi sorride ancora e i passi adesso sono due. Non piove più, ma scorgo un fulmine che fende il plumbeo oltre il vecchio mattatoio in fondo alla strada.
  <<
Mi scusi, saprebbe dirmi che ore sono ? >>.
Con le labbra, le sorrido anch’io.
Con la testa, penso: la scusa più stronza!

   Le sorrido ancora, e penso alla diavolessa che prima o poi verrà a mordermi le chiappe.

  


M.
(L'uomo dei difetti...)

lunedì 31 agosto 2015

La credibilità del testimone (stralcio tratto da un progetto narrativo al quale sto lavorando: DELITTO IN GIACCA e CRAVATTA)

Introduzione per comprendere la scena.

   Un tizio, un certo Sig. Pinto, telefona al 113 riferendo di aver veduto da "lontano" e da altezza ragguardevole, un uomo ben vestito, inerme sull'asfalto cocente d'Agosto, lungo una nota via di Latina.
Il Sig. Pinto è un operaio in forza all’acquedotto di Latina nord; il più alto serbatoio pensile dell’agro pontino. Curiosa forma a fungo, tipico dell’era post-fascista.
Il commissario Massimo Del Monaco, trasferito nuovamente a Latina dopo sette lunghi anni di assenza, è incaricato delle indagini. E la prima cosa che vuole fare, è dirigersi verso l’acquedotto, e verificare la storia del Sig. Pinto ovvero verificare che davvero dalla sua posizione si potesse osservare il corpo della vittima localizzato a circa 500 metri di distanza…

(...)

   Il commissario attraversò le strisce pedonali e si trovò di fronte l'inferriata di cinta, verde,  che come un abbraccio stringeva a sé gli organi che garantivano l'approvvigionamento di acqua potabile ai residenti. Lì in mezzo, solitario, attorniato da accudite aiuole e arbusti sempreverdi, s'ergeva mastodontico il serbatoio pensile. Un'enorme struttura di calcestruzzo armato proiettato verso il cielo come un pistone verso la testata. Oltre cinquanta metri di curiosa forma a fungo, e di fascisti natali. E quello interessava al commissario. Il gigantesco fungo ovvero la visibilità che dalla sommità di quel fungo si poteva avere.

IL FUNGO DI LATINA NORD


   Vide due operai in divisa lasciare dinoccolati l'impianto e il cancello elettrico richiudersi. Sulla porzione inamovibile campeggiava azzurro il logo del gestore a capitali stranieri. Frutto e non ultimo della tanto osannata privatizzazione.
   Suonò al citofono e si presentò. D'incanto l'attuatore ottico prese a illuminarsi d'un colore arancio, intermittente, mentre il cancello d'un grigio cinerino aveva già cominciato a scorrere.   
   Un uomo dalla corporatura piuttosto esile, paonazzo in viso, gli veniva incontro a passo svelto.
   << Salve... Sono il commissario Del Monaco, ho premura di conferire con il signore che ha telefonato al nostro centralino qualche ora fa. >>, esordì il commissario mentre stringeva la mano che l'altro gli aveva porto.
   << Si... Ho chiamato io, prima è passato un agente per dirmi di rimanere a disposizione perché qualcuno sarebbe venuto ad ascoltarmi...Ecco... Io non credevo di alzare un polverone... Qua già tutti i colleghi mi guardano storto... Sembra quasi che io abbia fatto qualcosa di male... >>, rispose l'uomo, con voce incerta, deglutendo più volte.
   << Lei ha fatto benissimo, ed è un tangibile segno di civiltà. Ma andiamo per gradi. Una cosa alla volta. Innanzitutto, come si chiama ? >>
   << Rosario Pinto. >>, gli rispose l'operaio, tirando un sospiro di sollievo.
   << Benissimo sig. Rosario, vorrei mi conducesse ora nel punto esatto dal quale ha veduto... Quello che ha veduto. >>
   L'uomo lo scortò fino al basamento cilindrico della colossale costruzione. Di fronte, il pertugio d'accesso. Una porticina di ferro e lamiera che quasi stonava in quel contesto dove tutto era ciclopico. Entrarono. Il Pinto avanti, e il commissario al seguito. I due si scambiarono un'occhiata, e quella del commissario era decisamente preoccupata; poi l'operaio fiatò:
<< Si maresciallo, dobbiamo farcela a piedi. >>
   L'unico loro lasciapassare per la sommità di quel colosso di cemento aveva sembianze decisamente non amichevoli. Quattrocento scalini, ripidi, grezzi,  e tanto moto.
   Sbucarono fuori dall'altro capo della scala dieci minuti più tardi. Avevano finalmente raggiunto la vetta. Spaziosa, circolare, calpestabile e protetta da solida ringhiera di tubolari in ferro. Dal centro veniva su l'antenna cui era ancorata la luce intermittente di segnalazione. Rossa, come la vernice che correva fuori dal cappello. Giusto una spanna sotto la ringhiera.
   Mentre il commissario si liberava dal fiatone per quegli ultimi  gradini fatti di corsa, il Pinto aveva già raggiunto la posizione incriminata. E stretto con le mani il mancorrente del parapetto, si voltò cercando il commissario.
   << E' questo il punto, maresciallo... Venga, venga... >>
   Il commissario, s'avvicinò. Ruotando lentamente su se stesso come le lancette di un orologio, prese a guardarsi intorno. A un certo punto scosse la testa, sbuffando come a voler dire “Caro Pinto, non ci siamo... Non ci siamo proprio...”.
   << Signor Pinto, ho due notizie per lei. La prima è che mi ha già chiamato due volte maresciallo. Ed io non lo sono. La seconda è che non sto qui per perdere tempo. Quindi, basta puttanate, e passiamo alla verità. >>, esordì secco il commissario e indossato il suo sguardo più accigliato, lo raggelò.
   << Ma... Non capisco, cosa... Che significa... E' questo, davvero... E' questo il posto... Lo giuro! >>, rispose l'altro, con fare incerto, vistosamente mendace.
   << Ah, si? Venga, venga... >>, il commissario gli poggiò una mano sulla spalla e con l'indice dell'altra gli indicò la figura di quella che avrebbe dovuto essere una persona in bicicletta scorrazzare in una via attigua.
   << Mi dica... Non abbia timore, com'è vestita quella persona sulla bici ? E soprattutto, si tratta di un uomo oppure di una donna ? >>, gli domandò il commissario con atteggiamento accondiscendente.
   L'uomo si vide spaesato. Madido in viso. Il test del commissario l'aveva interdetto. Spiazzato. E non poteva essere altrimenti. Perché da lì sopra non si vedeva un bel niente. Risultava difficile distinguere anche il solo colore degli abiti di quella persona in bicicletta. Figuriamoci la sagoma di un uomo vestito dello stesso colore dell'asfalto e ad una distanza tripla rispetto a quella del test appena posto in essere. 
   << Il fatto... E' che... Durante le pause mi piace fare del bird watching e allora, di tanto in tanto, porto con me il binocolo che ho fin da ragazzo. >>
   Forse ci stiamo avvicinando alla verità, pensò il commissario. Poi domandò: << E dove si trova il suo binocolo, adesso ? >>
   << Giù nella guardiola. Nella mia sacca. L'ho lasciata quando è arrivato lei... Non credevo servisse. Se vuole mi faccio portare la borsa. >>
   << Eh, già... Serve. Se la faccia portare su, e di corsa. >>, sentenziò di getto il commissario. Lo sguardo gli finì sull'ultimo gradino della porta di ferro dalla quale erano apparsi dianzi e un flebile risolino gli sfuggì beffardo. Già, di corsa, pensò.
   L'operaio si tastò le tasche della salopette e da una ne estrasse un obsoleto Motorola 8700. 
Aprì lo sportelletto, armeggiò sulla rubrica e seduta stante convocò un suo collega. Dopo un quarto d'ora se lo videro sbucare all'aria aperta e consegnò loro un vecchio zaino Invicta Jolly Top.
   Salutò, e così com'era apparso, svanì. Fretta di tornare al proprio turno o forse, di non immischiarsi in quella faccenda.
   Afferrato il binocolo, il commissario si rese conto che la visibilità era ottimale.
   Poté riconoscere la sagoma di gesso che aveva preso il posto della vittima evidentemente già trasportata all'obitorio. Osservare gli operatori della scientifica scattare fotografie sul balcone del secondo piano, e la matassa di cavo residuo ricoperta ancora dal nylon, adagiarsi malferma tra le onde dei coppi.
   Ebbene, si. La storia del signor Pinto era credibile. Eccezion fatta per la motivazione. Il bird watching. Motivazione alla quale il commissario credeva quanto all'esistenza di babbo natale.
   Talvolta, però, capita, che è proprio quando meno te l'aspetti che la soluzione, come d'incanto, acquisisce forma, assume piega. Come uno ologramma. Come uno spettacolo. Dinanzi gli occhi. Oltre l'obiettivo.
   E la soluzione che si paventò davanti agli occhi del commissario aveva le sembianze di un abbondante fondo schiena latteo che figurava ancor più generoso a causa di quello slip che appena accennato, scaltro, s'era insinuato tra le pieghe più profonde. In realtà, il commissario accettò l'ipotesi che ella ne indossasse effettivamente uno solo dopo aver osservato i fianchi cui erano annodati dei lunghi e fantasiosi laccetti decorati da perle.  
   Accanto ai piedi, un tavolino di poco conto in plastica bianca, circolare, uno di quelli col buco al centro per l'asta del parasole. Sul piano trovavano posto un pacchetto di Merit, un accendino e due bicchieri di vetro, alti, dai quali fuoriuscivano cannucce e ombrellini di carta, variopinti. Un ombrellone, la cui asta appariva parzialmente ripiegata, celava agli occhi del commissario il resto di quel corpo.
   Ad un certo punto entra a far parte dell'inquadratura una seconda donna, decisamente magra, anch'essa di carnagione molto chiara. Bionda. Un modesto tanga bianco ne arricchiva solitario la nivea epidermide. Una mano brandiva la confezione di una famosa marca di creme abbronzanti, arancione.
   Ancora in piedi accostò entrambe le mani a quel flacone che ormai cominciava a deformarsi come stretto in morsa. Un colpo energico, una stretta possente, rapida e un flusso assai copioso s'andava depositando sul corpo dell'altra donna, all'altezza delle reni. Bianco come la neve. Di certo caldo, come il tepore di quel sole, che presto, le avrebbe accarezzate entrambe...



M.
(L'uomo dei difetti...)

martedì 18 agosto 2015

Il Cavaliere, e la Luna.

IL CAVALIERE e LA LUNA



Allorquando il sogno
 si riflesse negli occhi della fanciulla,
il Cavaliere

smise i grevi panni di difetti intrisi
e armato di sole carezze
le afferrò la mano,

ed invidiosa la Luna,
la danza, illuminò... 




 M.

(L'uomo dei difetti...)

giovedì 13 agosto 2015

Le mani sapienti.


LA MANI SAPIENTI


Libere saggiarono scaltre giacché bramate,
,
dove alle diverse, 
il solo scorgere fu precluso. 




M. 
(L'uomo dei difetti...)

mercoledì 5 agosto 2015

IL TURGORE DI QUELLA SOLA NOTTE.


Nel turgore di quella notte



   E fu allora che il turgore di quella notte,
spazzò via ogni notte...


   Declinò il crepuscolo, 
dallo squarcio l'aurora s'avventò sulla fanciulla,
e su quelle labbra che tumide e dischiuse, 
or ora laceranti, saggiavano...
e allorché dotte, arroventate e poi sapienti,
la risanavano... 
Perché al mistero mai s'arrese
giacché ella l'ebbe scelte.
E cullata fosse anche tra un milione, ovunque, l'avrebbe ravvisate... 
Perché di quei baci stagliò il fragore
allorquando spumeggianti l'avvolgevano, 
e poi morbidi e lascivi, la riassettavano.
Nel turgore, detonante, di quella sola notte... 

   E così come l'indaco non discioglie, 
la voluttà di quell'incanto la resa ebbra e orgogliosa e fiera... 
Dacché adesso, ella sapeva... 



M.
(L'uomo dei difetti...)

martedì 4 agosto 2015

L'arcano Cavaliere e la Fanciulla






   Ricordo che un giorno un Vecchio mi raccontò di una terra, di un lago, e di un guscio che galleggiava ad un palmo da una sponda delle sue.   In quel guscio di legno, in quella terra che neanche le mappe sapevano appuntare, viveva una fanciulla...  
   Aveva modi gentili, e benché vivesse sola, ella non era triste. Sapeva di non essere una donna come le altre. Ma questo non le creava motivo di disagio. Trascorreva le giornate coltivando con passione i talenti per i quali era venuta al mondo. Leggeva e sognava, al giorno, e scriveva, alla notte. Poesie. Storie. Ricordi del suo essere donna. Desideri...
E quando le maglie dei pensieri non la vedevano assorta, era dedita a preparare leccornie, angeliche e fragranti.
Tutto quanto ella toccasse, diveniva florido, rigoglioso e zuccherino.
   Si racconta che in un pomeriggio invernale, assorbita e fragile, avesse appena ammassato della farina allorquando un’emozione, slacciata, s’abbandonò in stille su quell’impasto che poroso crebbe solenne sotto i suoi occhi. Ne fece del pane. Tanto, pane. L’alba s’affacciò, e solo ad allora ella smise di sfornare il frutto dell’amore. Il profumo del prodigio aleggiò su quelle terre per tre giorni e due notti.

   La Fanciulla aveva pretendenti e pretendenti vestiti da cultori...

Di tanto in tanto, leggiadra, aveva voglia di donare un sorriso alla gente del lago che sulla terra ferma, rispettosi, mantenendosi a distanza le facevano visita per cogliere il solo riflesso di quella bellezza, e offrire il proprio dono. L'unica possibilità, forse, per essere ricordati...
   E poi c'era un Cavaliere, solitario, misterioso...
Viveva in una terra lontana... Lontana dalla Fanciulla, dai cultori, dai pretendenti e dai cultori e pretendenti...
Non era più ricco, più alto, più bello o più intelligente degli altri, e non vestiva neanche d’azzurro.
Ma egli aveva un (S)ogno, e un cuore che se solo la fanciulla l’avesse saputo, voluto, potuto leggere...

   E tutte le mattine s'alzava dal suo giaciglio di piume vestito di solo quello. 
   La sua mente non architettava piani, soffiava disegni, morbidi. La sua anima, pura, era la tela. Il suo cuore, il carboncino.
   Avrebbe voluto adorare quella figura leggiadra che una sola volta gli era stato fatto dono scorgere mentre lasciava abbeverare il cavallo a pochi metri da quel rifugio in legno, fluttuante, mentre gli sguardi bassi e irretiti degli uomini in bivacco s'avvicendavano circospetti.

Mai alcuno, forestiero, nostrano, aveva osato avvicinarsi così tanto a quella creatura che di terreno aveva ben poco.

   "Insolente...", pensò la fan
ciulla mentre osservava la scena affacciata dall'unica finestra.
Col gomito urtò un barattolo di vetro, ma non se ne curò. Gli occhi erano ormai perduti, altrove.
   << Non andartene, trova la chiave, tu puoi, tu... >>, questo, invece, disse tra sé e sé, mentre le iridi, pervinche, lo seguivano sellare il destriero, e risalendo la sponda, allontanarsi. 
Allontanarsi e poi svanire, come un sogno quando ti ritrovi d'incanto a fissare il soffitto, a palpebre dischiuse, nel cuore della notte. Come quando pensi che forse, tutto quello che hai vissuto, presagito, non sia mai esistito. Si, forse è andata proprio così.
   Eppure, quel barattolo di miele era ancora per terra, e rovesciato, profumava...

M.
(L'uomo dei difetti...)

venerdì 31 luglio 2015

Quanta storia dietro un Vecchio.

Ad ogni nuovo respiro... Si fa la storia.
Immaginandomi al "capolinea", vorrei potermi voltare e abbandonarmi ad un'ultima illusione: Aver fatto della buona storia.
Quella che state per leggere, in particolare, è una riflessione alla quale sono intimamente legato.
   La scrissi qualche anno fa, a matita... E la scrissi per me.

Davanti, avevo il camino. 

Alle spalle, i trentacinque anni che m'avevano veduto bambino, ragazzo, uomo.

Intorno, solo l'abbraccio dei ricordi. 

   Lo sguardo, solo in parvenza perduto a discernere tra le fiamme il punto angoloso dalla cuspide. Avrei voluto, forse dovuto, esser nudo per godere appieno della proiezione che, "al di qua" dei miei occhi, s'andava saggiando...

   Ho provato ad immaginare il vecchio che potrei diventare...



IL VECCHIO


Non conquisto nuove terre per recintarle.
Le conquisto per conoscerle.

A me non importa se l'Amore impazzisce ancora per il mio odore,
se ho gettato la spugna o se ho deposto le armi.
Quello che conta è averlo conosciuto.

Attraverserò la Primavera,
poi quella dopo, e un'altra ancora...
Avrò gli occhi zuppi d'acqua,
saprò tante cose più di oggi,
altrettante le avrò dimenticate
e allora mi chiameranno vecchio.
Non il saggio,
il vecchio.

Quanta storia dietro un Vecchio...


M.
(L'uomo dei difetti...)


martedì 21 luglio 2015

Il gelo divise ciò che il cuore mai spazzò.

L'arcano Cavaliere e la Fanciulla


   E così come dalla corrente che fu d’Agulhas 
guizzò fiero il solitone,
così il vento che dell’altro ne fu il trespolo,
subitaneo, soffiò stanotte…


   Perché se è vero che l’uno rifugge l’altro per l’onor d’un rigore,
e d’una carta che canta… Allora,
sulla frequenza io già accordato,
attendo e mi domando cosa mai intonerà
allorquando quel cremisi che pulsando impazza,
annegherà in lucciconi,
terre, lembi, e quel fido rigore…
E al cuor non basta l’ammucchiar figure che a un tempo narravano la gioia del leccarsi al tramonto. 

Ferite vere, e ricercati giacché scarlatti voluttuosi rivoli…

   E benché a tono di chiusura quanto la ragion sussurra…
Ciò che col gelo il pavido divise,
l’arroventato cuore,
risorgendo, mai spazzò… 

E di questo, oggi ne son certo,
quella carta, salmodiando, narrò…




M.
(L'uomo dei difetti...)

venerdì 17 luglio 2015

Al ventur lerciume l'uomo fu forgiato da quel senno, che poi, fu il (P)rimo.


Talvolta getti l'ancora e ti soffermi a riflettere sulle vicissitudini della vita, anche le meno tangibili...
Talvolta ti fai un'idea di una persona già il primo giorno, e dentro di te vorresti fosse sbagliata...

Tenterà di convincerti di essere diversa da come tu la vedi... 
E provi a crederle... E' anche giusto farlo.
   Tuttavia, a ogni piè, capita, fosse anche dall'imposta più tetra,  che la nuda verità s'affacci spavalda ad illuminar ragione...E ti rendi effettivamente conto di chi hai avuto davanti.
   Però, stavolta, ironia della sorte, la delusione sarà tutt'altro che longeva, non ne rimarrai stupito...
In fin dei conti, lo sapevi già.
 
M.
(L'uomo dei difetti...)
 
[Post Scriptum]
Per i graditi ospiti al mio umile desco, ho sintetizzato, in un aforisma a mo' di promemoria, crudo e non meno illuminante, la digressione di cui sopra.
"Al ventur lerciume l'uomo fu forgiato da quel senno,  che poi,  fu il (P)rimo."

mercoledì 8 luglio 2015

L'uomo del dì feriale.

L'uomo del dì feriale.

   Se ti manca l'aria solo quando sei da sola...
Non curartene, perché a mancarti non sono io. 
A mancarti è un'idea.
L'idea che di me ti sei fatta.

   Allora io ti dico: Apri le finestre, tutte!
   "E ancor prima che l'ultimo pertugio fu dischiuso,
 leggiadra e tronfia, ella tornò a respirare...  Come fosse già notte, come fosse già Sabato, notte."

   Ma era solo un altro dì.  Feriale.
E non era il mio.


M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]
   Scrissi la riflessione che avete appena letto parecchio tempo or sono. Ho voglia di riproporla oggi per i Viandanti che vorranno sostare al mio umile desco perché ritengo sia sempre attuale. Talvolta, in via disarmante. Se ne parlava proprio ieri con una mia amica che si guadagna da vivere facendo la psicologa.
   La forgiai per narrare di una situazione in un certo senso non infrequente. A chi non è capitato di esser cercato e ritenuto importante quasi insostituibile, solo quando chi ti cerca non abbia da far di meglio ?
   Io credo che la vera indole delle persone si manifesti nei dettagli. Nei comportamenti, e non solo nelle parole spesso tutte figlie dello stesso ceppo. Perché chi ti ritiene davvero importante, non sa proprio come operare colpi di spugna che estirpino ciò che, invece, doveva albergare nel vanto, nella fierezza. E nulla importa che il giorno sia feriale o non feriale, se sia Sabato o Lunedì.  Se sei importante, lo sei sempre. E si vede. Si deve, vedere. Perché mai, quel dubbio,  ci attanagli.
   Perché è così labile il confine tra chi davvero ti vuole (B)ene, e chi lo racconta...

mercoledì 1 luglio 2015

IL DANDY


La rossa del Dandy


   A due passi da Piazza del Popolo c’era la Standa.
Adoravo perdermici dentro. Il compartimento moda intavolava già dopo l’ingresso. Il piano terra era letteralmente disseminato da abiti e articoli di merceria. Per raggiungere la scala mobile d’accesso al secondo piano dovevi mettere in conto uno slalom tra manichini, lingerie e stampelle adornate e pesanti piazzate su supporti rotanti di metallo. 
   Nel solo reparto dei dischi ci stazionavo almeno un’ora. Poi, un salto al piano rialzato dei libri e il danno era bello che fatto. Entravo con gli occhiali da sole e all’uscita, era sempre notte.
   I libri della Standa non frusciavano come quelli delle librerie che ero solito frequentare. Affondavo il naso tra le pagine mentre le facevo scorrere a raffica e sapevano di buono. L’odore dei libri nuovi è uno di quegli odori che non sai mai come descrivere, ma che riconosceresti tra mille e uno e più effluvi.

   Quel pomeriggio, c’era un bel sole.
Saranno state si e no le tre. Per non attendere l’apertura della Standa davanti al marciapiede come un fesso, decisi di fare un giro in Piazza del Popolo, godermi lo spettacolo dei piccioni e lasciare che le lancette scorressero un poco oziose.

   Il solito via vai di studenti in corsa, il viso di una signora sempre più paonazzo mentre spinge buste rigonfie nel fondo d'un carrettino 
già strabordante, e sgangherato; e che poi, a dispetto della chioma incanutita dai lustri riprendeva a trascinarlo, indefessa, spedita verso quel pullman numero 95 arancione, stranamente vista l'ora, già alla fermata. Il vociare animato di due mamme che con in braccio i pargoli spingevano carrozzine vuote, e un nonno piegato a metà col fiato grosso e le reni addossate al lampione e la fronte madida, imperlata dal sudore e dagli schizzi instradati da pistole verdi di piccole canaglie pestifere. E tutto questo, accadeva al sole. Si, al sole, perché all’ombra, invece, seduto su una rampa di gradini, c’ero io. Tra le gambe l’inseparabile Invicta Jolly Top e in mano l’uniposca per imbrattare l’ultimo angolo dello zaino stranamente ancora vergine.
    Ecco che una Bentley Azure color panna s’avvicina lenta alla fila dei piloni di cemento che delimitano la zona pedonale centrale. Il motore è in folle, il ruggito dei seimila centimetri cubici mi graffia entrambi i timpani mentre visualizzo nella mente l’ago dei giri-motore svettare oltre la soglia dei cinquemila.
Adesso, il silenzio.
La tigre è arrivata.  E’ sazia. L’hanno sentita tutti.
I miei occhi gli sono addosso. Non la mollano.
E’ il turno degli umani”, penso.
   La portiera del conducente si spalanca in due tempi e ne viene fuori un uomo distinto sulla sessantina, elegante,  copri capo a tesa larga e cappotto cammello. Lo  scorgo chino infilare la testa all’interno dell’abitacolo e tormentare una leva. Il sedile in pelle ruota verso il volante rivestito di cuoio nero fino alle razze e fanno comparsa sui sampietrini, una dopo l’altra, due paia di gambe, chilometriche e perfette.
   Richiusa la portiera, le due donne si sistemano una alla destra e l’altra alla sinistra dell’uomo. Lo prendono sotto braccio e s’avviano verso il centro della piazza.
   La rossa dalla chioma riccia e vaporosa abbandona il braccio del suo attempato cavaliere e scatta solitaria incontro alla compagine di piccioni lanciando loro qualcosa che sembrano gradire. Il sorriso le illumina il viso già baciato da quel sole inconsueto, distende le braccia a mezz’aria abbracciando il cielo. Il tepore dei raggi cominciano a intiepidirle le gote, lo so, lo vedo, sono rosee, adesso.
Chiude gli occhi e prende a ruotare su se stessa, due giri con la naturalezza d’una prima diva degli anni ‘60. Dalla mia prospettiva l’avevo già relegata allo stato di dea con tanto di tacco 12, inarrivabile, intangibile, da guardare si, ma con le dovute precauzioni.
   Eppure, il vecchio col cappotto cammello, c’era arrivato eccome. Ma io avevo solo 17 anni, e pure incompiuti. Che ne potevo discernere io di siffatte dinamiche.
   La mora dai capelli lunghi, la raggiunge.
La rossa indossa dei pantaloncini color antracite, l’altra, un pantalone di pelle nero, aderente, strettissimo.
Divertite, sembrano giocare. Intentano la prima strofa di Albachiara di Vasco Rossi, si sfilano le pellicce e se le scambiano.
   L’uomo s’accorge che lo spettacolo mi risulta assai gradito. Sembra fare una smorfia che interpreto di soddisfazione, richiama a sé le ragazze e, flemmatico, deposita un bacio sulle labbra di ognuna di loro, prestando cura che il tutto fosse nella mia più pregevole prospettiva.
   Le abbandona alla loro danza e s’avvia verso i gradini, verso di me.
   Me lo ritrovo seduto a un metro scarso. Gli anelli neanche si contano, e su entrambe le mani. Una catenina d’oro massiccio gli adorna il collo abbronzato, perdendosi poi tra il petto villoso e i primi due bottoni della camicia sbottonata.
Gli fisso le scarpe. Le classiche anni 20 da gangster bianche e nere. Costose, di qualità artigianale. Era la seconda volta che le vedevo.
La prima, ne Il Padrino di Francis Ford Coppola. Le indossava Sonny, Santino Corleone, il fratello maggiore di Michael Corleone, Al Pacino.
   Con la coda dell’occhio lo scorgo ruotare la testa nella mia direzione, ed era la seconda volta; come quando qualcuno freme per dirti qualcosa, ma tituba. Ma quel tizio non aveva affatto l’aria di uno che titubasse,  e capii solo dopo che in realtà, egli mi stesse solo studiando.
   Compie il gesto di avvicinarsi, ma è solo l’appiglio per iniziare una conversazione, il sedere rimane pressoché al suo posto.
   << A moré, te piàceno ? >>, mi dice con voce rauca, esattamente la voce che osservando la sua figura immaginavo gli si addicesse.
Avevo capito perfettamente la domanda, ma mi sentivo imbarazzato e feci finta di non capire.
   << In che senso ? >>
Ma lui non se ne cura e prosegue diritto.
   << Te le voi comprà ? >>
Abbasso lo sguardo, un gesto di stizza. E’ rozzo, volgarmente ricco, ma mi viene spontaneo dargli del lei, per reverenza anagrafica, suppongo.
   << Ma che dice… >>, gli dico, sfoggiando un ghigno che palesava disagio.
Il tizio tira fuori dalla tasca un fermaglio d'oro deformato dalla miriade di banconote che tratteneva, e ne sfila una da centomila.
   << A moré, le donne vere non so' come le donne dell’artri, non so’ pe’ tutti, si le voi, comincia a mette i sordi da parte… Tie! >>, avvolge su se stesso il pezzo da cento e me lo infila nella tasca davanti del giubbetto di jeans, di fianco all’uniposca.
   Ero ancora più confuso di prima e poi non mi piaceva quando mi chiamavano "moro" o "moretto". Il primo istinto fu quello di rifiutare sonoramente, ma fui raggiunto da  due buffetti sulla guancia con il dorso della mano che mi lasciarono interdetto. Agitò un braccio e indirizzò un gesto alla ragazza coi capelli rossi.
   << Vedi moré, le donne so’ nate pe’ rompe i cojoni, je vai bène quanno pare a loro, te stressano e poi te dicheno che so' mestruate e che devi da capì. Alla fine sei sempre tu quello che nun capisce, hai capito ? C’è sempre qualcosa che nun je va bène… >>
La dea rossa ci si paventa davanti. Sorridente. Contagiosamente sorridente.
   << Stai a véde, moré ? … Che te pare una come l’artre, questa ? >>.
Nonostante si sia all’ombra, le guance, me le sento in fiamme.  Mi scopro fin troppo ammaliato dal suo viso.
Leggere efelidi le contornano il nasino dissolvendosi sulle gote, occhioni del colore del mare di Sperlonga ammiccano luminosi e impavidi e teneri. Linee conturbanti delineano labbra scarlatte, lascive e tumide.
   L’uomo si alza in piedi, prende la ragazza per una mano e la induce a fare un giro completo su stessa.
   <<  A moré, hai visto che culo, che tette, che stacco de coscia… E quanno le trovi tutte ‘ste cose su una sola! Femmine così il mestruo nun ce l’hanno mai. Quanno la matina me arzo dar tre piazze, me le trovo là, profumate, me le rimiro cor culo ar vento e me dico “cazzo, è buon giorno!” >>
Prende fiato e continua: << E non è mica finita qua, senti senti, a more’... A Giulia bella, dì a ‘sto moretto quanto lo ami er papi tuo... >>
  La voce della ragazza è piacevole, ma con un accenno infantile. E adesso conoscevo anche il suo nome.
   << Ti amo da impazzire, Dandy! ... Dan-dy! Dan-dy!! >>
   << A Giulia bella, dì a ‘sto moretto chi è er più grosso scopatore der monno! >>
   << Ma sei tu, Dandy ! ...Dan-dy! Dan-dy!! >>
   La faccenda cominciava ad arrivarmi chiara. E più la ragazza parlava e più scemava il suo fascino. Era bella da tremare, lo confesso. Ma avrei preferito che non parlasse. Ci sono persone che nel silenzio danno il loro meglio, ecco, Giulia era senz’altro una di queste.
Il Dandy estrasse due carte di credito dal portafogli e le porse alla ragazza.
   << Tiè bella der Dandy, annàte a fa’ shopping, comprateve er negozio, e ridete… Ridete… Ve vojo vedé ride! >>
   << WoW, Dandy! Ma prima voglio un grande gigantesco gelato al cioccolato con una montagna di panna! >>
   Giulia gli si avventa al collo, lo stropiccia, lo bacia, dà un bacio sulla guancia anche a me e giubilante corre sui tacchi verso l’amica al centro della piazza. Su una cosa ero d’accordo con quel Dandy, più la guardavo, più mi sentivo sereno. Giulia, in quel momento, era  l’immagine suprema della spensieratezza.
   << Hai sentito, moré ? Hai capito ? Si da granne voi èsse felice, devi da fa' come me, “paghi e te levi er pensiero”. Senza troppi cazzi. Ce lo sai che ar maschio ce piace èsse piàto p’er culo se se tratta d’orgojo. Pago, e so’ er mejo maschio, er più bello, er più forte, er numero uno… So er Dandy!  Hai capito, moré ? 
Aricordate sto nome, Er Dandy! >>
   Forse ero troppo giovane per comprendere quell’ottica, forse troppo pulito, forse troppo lontano da quella ricchezza e quel mondo che m’ostentava davanti.
   << Si, ho capito. Ma a che serve, se poi è tutto falso, io non la voglio una donna che sta con me solo perché le offro una vita agiata e soldi a iosa! Io voglio una donna che stia con me perché mi desideri e mi apprezzi per quello che so essere. >>
   Mi era salita la rabbia e il tono della voce mi si era elevato senza volerlo. Mi sentivo pungolato su ciò in cui ho sempre creduto.
   << A moré, tojeme na curiosità, ma a te, che te piace ? >>
Sono sempre stato per le cose semplici, per i dettagli. Quel genere di cose che non costano nulla, ma se mancano, ti fanno sentire come uno dei tanti, come un numero senza peso che fluttua in uno spazio popolato da altrettanti numeri, altrettanto senza peso.
   << Mi piace chi si ricorda del mio compleanno senza che io glielo abbia rammentato. E che frema, eccitato, dalla sera prima, per essere il primo a mezzanotte a volermi dire: "Auguri!".  Ecco, questo mi piace. >>
   << Bravo moré, me piaci. Me ricordi i bei tempi de quanno ero no stronzo qualunque, stronzo e idealista, de quanno ero come te, de quanno nun capivo 'n cazzo e figuramose le femmine. >>
   Si dà due botte con le mani sulle cosce e si rizza in piedi.
   << Dai moré, famo che avemo scherzato, i sogni so sogni, e nun te li vojo rovinà… >>
   Stava per andare via, ma istintivamente gli tocco un braccio per farlo voltare e reagisco di getto:  <<  Io non voglio pagare una donna perché ella mi voglia bene! >>.
   Scoppia a ridere, e io non capisco. Anzi, a me la cosa sembrava alquanto seria. Importante.
Mi guarda fisso negli occhi.
   << Si, moré. Er modo ce sarebbe. La voi na donna che te dice le stesse cose che dicheno a me e senza pagà ? >>
   << Certo che la voglio, e sono certo che l'avrò! >>
   << E allora vai, trova la più bella fica che t’aggrada e… Falla innamorà de te. E’ questo er trucco. >>
   Ah, be’, il discorso filava. Ma non mi sembrava nulla d’eccezionale. Era come aver scoperto l'acqua calda.
   << L’amore può tutto. Quando sei innamorato e guardi con gli occhi dell’amore è tutto bello. >>
   Di nuovo la sua risata che adesso cominciava a starmi sui nervi. E ancora una volta ne ignoravo i natali.
   << A moré, è mejo che me ne vado perché sei indifendibile. Vabbè, famo pure che la trovi e la fai innamorà come na pazza. Ma er problema te rimane. Perché lei te dirà pure che sei er mejo de qua e sei er mejo de là, ma er dubbio ce l’avrai sempre. E chi te lo leva quello. Nun saprai mai se te lo stà a dì perché lo ritiene vero o perché nun te vole fà soffrì… >>
   Mi rabbuio. Chino il capo e prendo a fissare lo zaino, ma fosse stata qualsiasi altra cosa, sarebbe stato lo stesso. Il Dandy non m’era affatto simpatico, ma non aveva del tutto torto. Una pioggia di pensieri mi si dimenavano nella testa, e francamente, nessuno di essi mi piaceva.
   La Standa stava aprendo, ma a me era passata la voglia. Anche il sole era sparito. Avrei solo voluto essere già a casa, a letto e con le cuffie a spararmi "The Unforgiven" dei Metallica dritto nelle orecchie per non pensare a nulla, Dandy in primis.
   Da lontano sento per la terza volta l’odiosa risata schiattata. Alzo il capo, lo cerco e lo vedo mentre accompagna con la mano, una alla volta,  il fondo schiena delle due donne all’interno della sua Bentley.
Si dà una regolata al cappello, poi mi guarda.
  << A moré! Stai contento che c’ho er trucco pure pé questo! Voi sapé che devi da fa' dopo che l’hai fatta innamorà pé nun ce avé più er dubbio  e  pé créde a tutto quello che te dice ? >>
Lo guardo fisso, imbambolato e annuisco col capo.
Mi sorbisco per la quarta volta quella risata inconsulta da ebete.
   << Innamorate pure Tu ! Questo devi da fa'… E' questo er trucco, moré! Du' cecati innamorati! >> 

   Mi fissa, ride e mentre ride mi mostra i denti. La testa si flette ora in avanti ora all'indietro, con una mano si pungola la pancia, e ride. Emette dei suoni simili a grugniti. Lo guardo, ma sono altrove.
   Quando mi saluta è già al trotto, mi dà le spalle: << Ciao moré, er Dandy te salutant!
>>
  
   La Bentley s’era già avviata. Prima di scomparire oltre il curvone dà due colpi di clacson. Come un riflesso spontaneo, una mano mi si agita nell’aria. Non seppi mai se fossero per me. Come del resto non seppi mai più nulla del Dandy.
   Sapevo solo che mi era venuta voglia di gelato. Un gigantesco gelato al cioccolato con una montagna di panna.

M.
(L’uomo dei difetti…)

[Post Scriptum]

   Ci fu un tempo in cui conoscevo un ragazzo che conosceva ancora poco la vita.
Quelli, sarebbero stati gli anni suoi più belli. Gli anni in cui il dolore era solo qualcosa che s’ammucchiava al paniere dei sostantivi dello Zingarelli; il suo poi, l’aveva pure ereditato tutto sfilacciato e con tanto di pagine svolazzanti decorate da caffè in macchie solidali alle orecchie che ne addolcivano gli angoli, ma non i timpani che puntualmente venivano frizionati dalle urla della madre.
   Alle mamme, si sa, le orecchie ai libri non sono mai andate a genio.
   Ma non cullatevi sugli allori, perché anche il rigar dritto, non garantisce affatto l’immunità.
  
   Sentite questa.
   In terza elementare ero diventato bravo e attento. Ricordo un tardo pomeriggio di Dicembre. Dopo più di due ore investite a leggere una ventina di pagine di sussidiario e fare di conto, tutto contento chiamo mia mamma:
<< 
A ma’ ! Guarda che bravo che so’ stato, manco na recchia !  Mo’ posso anna’ a gioca’ a pallone co’ Pedro… >>
E mia mamma, con la scopa in mano, insospettabile:
<< 
Tu non vai proprio da nessuna parte. Le pagine sono troppo nuove, neanche un’orecchia non è da te. Scommetto che non l’hai nemmeno aperto il libro! … E non piangere! Tra un’ora torna tua sorella e ti controlla i compiti. Intanto, comincia a leggere… E dall’inizio! >>
Insomma, puoi anche essere nel giusto, ma quando sei piccolo… Orecchie o non orecchie, sei spacciato. La tua fama di maschio ti precede. 

   Pensate un po’ se avesse scoperto che a far pipì dal balcone ero io e non mio cugino Pedro...