mercoledì 29 aprile 2015

Nudo.

Nudo.



Ci fu un tempo in cui m'ero quasi convinto d'essere un uomo intelligente.
Poi, conobbi l'amore.



Allora mi convinsi d'essere un uomo felice.
Poi, conobbi la vita.


Allora mi trovai un tetto.
Oggi, sono un Viandante...


M.
(L'uomo dei difetti...)

IL PRESCELTO

Keanu Reeves (attore)

Volevo solo che lei mi notasse... 
   E mi guardò.
Fece per sorridere. Pareva impacciata. Ringraziai Dio per il dono di quell'istante. Non l'avevo mai veduta così. Forse non l'avrei neanche più veduta così. La notte non mi riusciva di sognarla, e allora passavo il tempo migliore ad immaginarla. E sorridevo. Perché lei, sorrideva.
Una donna capace ancora di arrossire e poi ingenua, disperdere lo sguardo stringendosi nelle spalle, emozionata.
   Giocavo con gli occhiali, e non lo facevo mai. Mi riconoscevo a stento. Magari quello non ero neanche io. Eppure quelle sensazioni erano le mie, eccome. Certe vibrazioni non si raccontano. Non le puoi raccontare. Non le devi raccontare. Rischieresti di rendere felice la persona sbagliata, e allora, le avresti sciupate. E se anche quell'emorragia di turbamenti giacché trepidanti fosse appartenuta ad altro uomo,  allora io vi giuro: Invidio quell'uomo.
Io in-vi-dio, quell'uomo!E mai taluno, invidiar talaltro, mi sorprese.
Né uomo.
Né donna.
Né terra.
   M'avevano scassinato il cuore.
Il mio poi, figuriamoci!  
Pensai.Blindato a tripla mandata dalle mie stesse voglie, dal mio stesso, solito, magistrale, conflitto di sempre: "L'uomo ardente, malizioso Vs L'uomo perbene, solido".
Troppo malizioso. Troppo perbene.
Uno scontro al vertice.
La felicità, il premio.
Una miscela che non conosce sfumature. Null'altro che il (V)ero, tra le pieghe del verosimile.
Mai alzato la coppa, io.
  Scesi i Rayban che tenevo inforcati sulla testa. Dietro le lenti scure gli occhi seguivano ogni suo palpito. Mi sentivo assurdamente legato al più inconsapevole dei suoi fremiti, come se a sua insaputa, essi già m'appartenessero. Come se al di là della sua muta impenetrabile ella non desiderasse altro che essere protetta. Aver fatto a pugni mille volte con la vita solo per arrivare a sedere in quel bar, a quel tavolino, in quel giorno. Allora tutto avrebbe avuto un senso. Finalmente libera di abbandonarsi al piacere di abbassare la guardia. Di non pensare più al devo, ma al dobbiamo.
Ed io ero il prescelto.
   Diede d
ue colpetti con la mano al pantalone del tailleur come per liberarsi dalle briciole di quel pasto frugale indugiatele addosso. Tutto quel bianco cominciava a darmi alla testa. Me la toccai. Seppi così che ancora ne avevo una. Sulle spalle poggiava, perlomeno.
   D'un tratto, repentina, s'alzò.
Trasse a sé la borsa che sormontava lo sgabello al suo fianco. Un grande borsone di uno strano grigio, slavato, non uniforme, in pelle. Spaventosamente, grande!  Ne percepivo quasi la pesantezza mentre mi stuzzicavo con l'idea di quante e quali fossero le cose che ella potesse tenerci dentro. 
Cosa avrei dato per poter sbirciare lì dentro, nel suo mondo più intimo che già bramavo...    Tirò su la cerniera, e serafica, come se null'altro che lei avesse mai aleggiato in quella sala, dandomi le spalle,  s'avviò alla cassa.Il corpo era vestito come un guanto.
Figurava come stretto in una morsa, soffice e sinuosa. Una stretta che gaia ne arginava gli umori. E che avida, l’odor tratteneva.

   << Scusi, questo posto è occupato ? >>, mi domandò, sorridendo, la moretta che al mio arrivo sedeva al bancone. Avrà avuto non più di venticinque anni.
Com'era ?
Non saprei proprio dirlo.
La sua figura intercettò il mio sguardo un paio di volte. Non una, la osservai.
  << Libero, liberissimo. Stavo giusto andando via... >>, sorridendole di rimando, le risposi.
   Balzai in piedi.Feci un lungo respiro e mi diressi anch'io verso la cassa.
Presto avrei scoperto se la determinazione nel libero arbitrio avesse ragion d'essere. Se fosse stato davvero possibile scrivere il proprio destino.
Ed io il mio...


IL PRESCELTO


   Era quasi un anno che bazzicavo il bar “da Franco”.
A quel tempo facevo il consulente per una società di telecomunicazioni che aveva gli uffici operativi a pochi passi dal bar, sulla stessa via, ma dall’altro lato della strada; un autorevole palazzone di cemento e vetro di ventidue piani.
Mi ci affacciavo un paio di volte al giorno, un salto di primo mattino per il marocchino di rito e durante la pausa pranzo, con più calma.

   Quella mattina, alla cassa c’era il roscio. Il figlio minore di Franco, il titolare.
Frequentando l’esercizio per cinque giorni la settimana avevo imparato a conoscere anche gli altri due figli di Franco, anzi, con il maggiore, Lorenzo, era nata anche una sorta di amicizia suggellata dalla passione che condividevamo per la musica, e per i Genesis, in particolare.

   Fui io ad attaccare bottone quando un Lunedì qualunque di una settimana qualunque, scocciato lui e assonnato io, lo vidi estrarre dal Technics di fianco all’angolo tabacchi, il cd di Baglioni appartenente al roscio fratellino per perorare la causa dei ben più di nicchia Genesis. Sgranati gli occhi al primo attacco di Peter Gabriel, mi schizzò fuori un << Grandissimi! >>, e schizzò fuori a briglie sciolte, così sciolte che tutti si voltarono. Si voltarono anche i vecchi che giocavano alla passatella già alle due del pomeriggio.
   Di lì a poco il mio telefonino prese a vibrare e lo fece ripetutamente, erano i miei colleghi che dandomi per disperso mi richiamavano al dovere dalla pausa pranzo. Ed effettivamente in ufficio ci tornai, ma non prima d'aver fatto ritorno al tavolino e alla mia sedia, aver disteso le gambe incrociandole e goduto con occhi chiusi e sognanti, tutti i 22 minuti e 58 secondi di Supper’s ready.

   La mia dea in tailleur seguiva pedissequamente il flusso di gente coi portafogli in mano che lento s’andava dipanando alla cassa. Un ingorgo che solo le notorie capacità del piccolo roscio sapevano come forgiare. Era un mago in questo. In qualsiasi altro frangente, il rimanere vittima della sua flemma patologica mi avrebbe dato ai nervi, ma in quel giorno, forse, giocava addirittura a mio favore.
   Tirai fuori dalla tasca della giacca il mio cellulare e avviai una chiamata che dopo due squilli, come da copione, mi venne negata.

E fu allora che ruppi gli indugi.    Partii sparato verso la faccia del roscio che spuntava al di là del bancone e scorrendo con lo sguardo la fila che avevo appena abbandonato alla mia sinistra, con la desolazione in volto, esordii con fermezza:
   << Domando perdono. E’ di qualcuno la Classe A bianca con il pupazzetto rosa appeso allo specchietto che è parcheggiata qui davanti ? >>
   Qualche timido “no” prese a liberarsi nell’aria, ma prontamente ricacciati al mittente da una voce aggraziata che fino a quell’istante avevo udito solo nella mia mente, nei miei sogni, e che emozionato attendevo si materializzasse alle mie orecchie, a conferma che, finalmente, i nostri due mondi l’uno all’altra oscuri, s’erano toccati. Ormai non potevo più tirarmi indietro. Sapevo di dover essere incisivo, preciso, fermo, di dover mettere da parte la mia emotività o essa m’avrebbe affondato. Ormai non era più solo una percezione. Persuaso che come al giorno sarebbe seguita la notte e alla notte il giorno, avevo cognizione che quella sarebbe stata la mia vera, ultima occasione.
   << E’ la mia. Mi scusi, la sposto subito. Il tempo di pagare ed esco. >>
   Non le lasciai il tempo di infilare la mano nel borsone grigio che, con espressione davvero dispiaciuta, la incalzai mentre mi avvicinavo tanto da poterle scorgere il taglio degli occhi dietro i suoi coconuda da diva:
   << No, no, non è questo. L’ho urtata per sbaglio. >>, le parlavo osservando ogni movimento della faccia che nel frattempo non s’era affatto indurita, << Stavo facendo marcia indietro e per sbaglio ho impattato contro il paraurti posteriore. Niente di grave stia tranquilla, solo qualche graffio. Se viene, le faccio vedere... >>
Titubò un momento, poi acconsentì.
   << Okay, un attimo che pago. >>
   << Mi permetta di offrirle il pranzo o quel che sia,  mi sento in colpa. >>, ribattei, alzando il palmo di una mano a mezz’aria come a dire “no, si fermi”.
<< La ringrazio, ma non se ne parla nemmeno. >>
<< Insisto. >>, iniziai con voce autorevole, << La prego... Mi assecondi, sono già fin troppo mortificato per l’accaduto. >>, poi presi a mordicchiarmi il labbro inferiore, me ne accorsi solo quando si sfilò gli occhiali e agitando i capelli come una leonessa mi indirizzò un sorriso spaesato.
Fino a quel momento il piano sembrava filare liscio.
Pagai il roscio, e uscimmo.

   Archiviati i piovaschi del mattino, adesso, il sole splendeva alto. Nel percorrere i pochi metri che ci dividevano dalla sua auto nessuno dei due fiatò, io avanti e lei alle mie spalle; fin quando non mi lasciai  superare e mi accesi una chesterfield. La guardavo, e mentre lo facevo, mi lisciavo con una mano la bocca e il mento, in attesa che fiatasse.
   Si piegò per osservare meglio il suo paraurti posteriore, ci fece scorrere le dita sopra, si prese un paio di minuti buoni prima di riferirmi sbalordita ciò che già sapevo:
   << Ma, io non vedo alcun graffio e poi la sua auto sarà a due metri! >>.
   << Oh, che sbadato! Allora, forse, è il paraurti davanti quello graffiato… >>, le dissi, tentando di rimanere nella parte, e sobrio.
   Si catapultò davanti. Qualcosa di nuovo effettivamente c’era, ma anche stavolta, non di graffi né di abrasioni si trattava.
   La vedo fissare il cofano come imbambolata in una posa plastica.
   Indietreggia e torna sul marciapiede. Un tremolio delle labbra, e la testa, sguardo a terra, prende a ruotare verso di me, lentamente, quasi a scatti di ripensamento intermittente, come di chi sa di dover arrivare in qualche posto, ma che questo avvenga il più tardi possibile.
   Adesso, i suoi occhi incontrano i miei. Si prendono, si lasciano, errano, tornano, errano ancora e rincasano, perché è il turno della bocca.
   << Cos’è… Uno scherzo ? >>, mi disse con un tono della voce che non lasciava adito a male interpretazioni. M’appariva seria, forse addirittura scocciata.
   Non ero uno sprovveduto. Non lo sono mai stato. Avevo programmato quel momento. Dalle dinamiche d’improvvisazione alla cassa, al più morigerato bacio di gratitudine. Non avevo trascurato neanche i piani di riserva, ben due. Certo, nel conto c’era finito pure il rifiuto più sonoro, ma quel senso di irritazione nella voce e nelle movenze, no, quelle non me le aspettavo proprio. E allora, mi piegai alla piega che quella contingenza, a metà tra il brucior di pelle e il surreale, aveva preso.
   << No, non è uno scherzo. Sono rose e sono sette. Sette, come i giorni che ti vedono nella mia vita. E sono per te. >>,dritto come un treno, le dissi.
   << Ma se non mi conosci nemmeno! >>, esclamò con un tono ancora diverso e tutt’altro che distaccato, tanto da apparirmi combattuta.
   << Appunto, i fiori erano per conoscerti. E’ una settimana che ti vedo al bar ed è una settimana che non so come smettere di pensare a te. E’ assurdo, lo so, ma è la prima volta che sento quello che sento. Ti vorrei nella mia vita perché tu sia la mia vita. >>, mi resi conto d’esser partito per la tangente, ma era quello che sentivo. Anzi, non era neanche un decimo di quello che sentivo.
   Sembrava quasi impaurita. Un fascio di luce le colpiva il viso da un sol lato illuminandole il profilo fin sotto il seno, intiepidendolo. I capelli splendevano. Non so cosa avrei dato per affondare il viso in quei riccioli e respirarne il profumo. Di tanto in tanto un bagliore le colpiva gli occhi e la costringeva ad assumere svariate pose innaturali e tutto sommato divertenti. Era decisamente un bel vedere.
E’ proprio vero, “il sole bacia i belli”, pensai. E subito mi venne da sorridere.
   << Ma che te ridi !? >>, mi disse lei in romano.
   Per chiunque, forse, non avrebbe significato nulla. Ma in quel “ma che te ridi ?”, io ci leggevo feeling, ci leggevo la rottura di quel ghiaccio che avevo veduto temprarsi sotto i miei occhi. Si, sarò anche un visionario, ma ad un certo punto mi convinsi m’avesse addirittura ammiccato.
   Tanto io quanto lei non potevamo rimanere lì in eterno, da qualche parte c’era un lavoro che ci aspettava entrambi. Presi forza e mi approssimai a lei.
   Avvicinai le mie mani alle sue e provai a prenderle mentre le osservavo tremolanti al mio sfiorarle. Si fecero toccare senza resistermi. Erano candide e gelide. Alzai la testa posando il mio sguardo sul suo viso. Gli occhi cerulei e truccati già mi studiavano, le labbra avevano un colore naturale, del belletto non v’era traccia, eppure rilucevano e così gli zigomi. Se fossi rimasto ancora pochi istanti così l’avrei baciata o perlomeno avrei accostato la mia guancia di traverso alla sua e chiudendo gli occhi, l’avrei respirata.
   << Fammi entrare nella tua vita. >>, le sussurro, massaggiandole i polpastrelli delle mani, << Se solo hai il dubbio che io non ti sia indifferente, dammi la possibilità di conoscerti davvero. Senza fretta. Devi solo volerlo e per il resto, abbiamo tutta la vita. Se invece non vuoi, col deserto nel cuore, sparisco. Non mi vedrai più qui, cambierò bar così non ti sentirai a disagio incrociando il mio sguardo, sarà come se io non fossi esistito. Non devi dirmi nulla adesso. Promettimi solo che ci penserai. Io so che tu vieni a pranzo fino al Venerdì, il Sabato non lavori e quindi non vieni al bar. Ecco, io da domani fino a Venerdì non verrò di proposito. Verrò invece Sabato perché so che il Sabato tu non ci sei. Ma se invece, stavolta, tu dovessi venire… Per me sarebbe il tuo si ed io l’uomo più felice del mondo. Se al contrario Sabato non ti  vedessi entrare, sarà anche quella una risposta e allora non temere, non mi vedrai mai più. >>, conclusi, e le liberai le mani dalla stretta cagionata dalle mie.
   Silenzio. Un silenzio assordante che venne rotto solo dall’inaspettato. Le sue lacrime. Gli occhioni presero a riempirsi, mi si avvicinò al petto accostandovi il volto, percepii le sue stille bagnare la mia pelle attraverso la camicia e mi venne spontaneo di abbracciarla. Non lo so, forse fu colpa mia, forse la strinsi con troppa verve che con un gesto di stizza mi scostò di colpo: << Scusami, non posso, io non posso… >>, mi gridò contro, mentre correva alla macchina. Rimasi così, senza fiato e senza piani, così, ad osservarla entrare nella Mercedes con le lacrime che copiose scendevano sul mascara e partire a razzo verso chissà dove, verso chissà chi, e con le mie sette rose rosse sul cofano.


M.
(L'uomo dei difetti)

martedì 28 aprile 2015

L'incontro - Flashback tratto da "Delitto in giacca e cravatta" de L'uomo dei difetti.



L'incontro tra Francesca e il Commissario da ragazzo


Era solo una ragazza, non aveva neanche vent'anni quando accompagnata dalla madre entrò nella bottega de L'ultimo ebanista.
   Era un vero fuoriclasse dell'inventiva, Gigi Del Monaco. Creativo quanto un mago, ed eccentrico, come tutti gli artisti. Era uno di quelli che andava a simpatia. Se non scattava nulla a livello empatico, non c'era verso di affidargli un lavoro. Approcciava una scusa, neanche ben imbastita, e tanti saluti. Tempo cinque minuti, ed eri già alla porta.
   Ma quella ragazza gli piaceva. Gli piacevano quegli occhioni vispi, che con voluttà manifesta, irrequieti, usavano posarsi ovunque. Ora su un'angoliera francese del settecento, ora su un pomposo settimino in stile Liberty o su una più abbordabile libreria del novecento nostrano.
   Ma fu quando urtò per errore un paravento in legno e carta di riso che fungeva da separé tra la zona pubblica e privata, che la bionda fanciulla fu definitivamente rapita.
 
 L'idea che avesse infranto una zona off-limits non le aleggiò neppure per un solo istante in quella testolina di giovane donna. A tratti ingenua, un sorriso contagioso, pulito. Un corpo tutt'altro che spigoloso benché sottile. Alta, giovane e dalle movenze già così eleganti. Ma era classe innata la sua. Nulla di ostentato dimorava in lei. E poi, curiosa.

   Le sopracciglia s'erano inarcate sopra gli occhi sgranati e la bocca spalancata, e anche le dita parevano aver preso una strada impervia. Girovaghe, s'erano infilate tra le fenditure dei cassetti che per certo mero prodigio figuravano adesso non più celati dalla ribalta.
   Quello scrittoio a dorso d'asino le aveva fatto completamente dimenticare il reale motivo che l'aveva spinta in quel laboratorio. La libreria. La scelta di una libreria di pregio per la sua camera. Era quello il regalo che aveva domandato ai genitori per aver passato la maturità a pieni voti. Non il motorino nuovo o i soldi per la patente, e neanche la festa in piscina come aveva fatto Laura, l'amica del cuore.
   Ma di quella libreria non le importava già più un fico secco.
   L'oggetto del desiderio di Francesca era uno scrittoio della fine del settecento francese. Due ampi cassetti intarsiati nella parte frontale e sei cassettini sagomanti localizzati all'interno della ribalta. La facciata e i lati erano foggiati in bois de violette. Un pezzo di pregio, e di certo non per tutte le tasche.
   <<Dio, che meraviglia!>>, esclamò la fanciulla mentre faceva scorrere, radente, il palmo della mano sulla superficie piana adibita alla scrittura.
E già si immaginava nella sua camera. Seduta a quella sorta di scrivania per soli eletti. A compilare i suoi diari. A scrivere le sue poesie.

   I polpastrelli delle dita benché pregni di polvere non si davano pace. E dalla ribalta, scaltri, s'erano già insinuati sull'ottone dei pomelli, e dentro i cassetti.
   <<Un sogno! Sei cassettini per le mie cose. Mamma, ti prego. Non ti chiederò più nulla fino alla laurea. Comincerò l'università più contenta con uno scrittorio così. Sai che bello al centro della camera! E un giorno, quando mi sposerò, lo porterò con me... Non te lo lascio di certo... Mamma!>>
, disse ancora la ragazza, eccitatissima.
   Ancor prima che la madre potesse proferir parola, l'artigiano, armeggiando con la maestria di un giocoliere all'interno del mobile, si intromise: <<Sette>>, disse. <<I cassettini interni, sono sette. Non sei. Ce n'è uno segreto. Eccolo...
>>, e anticipando la reazione presumibilmente gongolante di Francesca, con un velo di desolazione sul viso, continuò: <<Mi dispiace signorina. Mi creda, mi dispiace veramente perché la vedo così raggiante. Purtroppo... Questo pezzo non è in vendita.>>
   Francesca si incupì all'istante. Anche le iridi parevano diverse. Un minuto prima, due fari abbaglianti illuminavano la penombra di quella bottega. Un minuto dopo, due flebili lucine che se fossero state di posizione, a stento, avrebbero passato la revisione. E così figurava il cremisi delle labbra che come il turchino degli occhi, s'era andato spegnendosi.
   Possono rubarti tutto, tranne i sogni. E' così che si dice. Malgrado ciò, la tristezza che affondava il suo manto sul capo della ragazza sembrava raccontare tutt'altra storia.
   Ora era accanto alla madre, di lato, appena un passo più indietro, come se tutto d'un tratto la timidezza avesse preso il sopravvento, come se fosse tornata di colpo piccina, e timorosa, cercasse protezione.
   <<Non c'è alcun modo per averlo? Forse... Le è già stata data una caparra? Se il prezzo non fosse proibitivo potrei pagare io le spese che dovrebbe sostenere per annullare l'ordine del suo cliente...>>, disse la madre rivolgendosi al signor Del Monaco. Anche lei in qualche modo atterrita per quella sorta di dispiacere, tangibile, provato da quella figlia che solo soddisfazioni aveva saputo darle.
   <<Non è una questione di soldi, signora. Come detto a sua figlia, il mobile non è in vendita. Lo sto restaurando nei ritagli di tempo. E' un regalo per mio figlio.>>
   Le espressioni dei visi delle due donne s'erano uniformate all'istante. La delusione, blanda, aveva già passato il testimone alla rassegnazione, disarmante.
   <<Mamma... Ti prego, andiamo a casa... Non mi sento tanto bene. Torniamo un'altra volta per la libreria.>>, sussurrò la ragazza alla madre con un volume di voce appena sufficiente affinché anche l'uomo la potesse udire.
   Erano già passati ai convenevoli quando dalla vecchia porta in legno d'abete, cigolante, apparve un giovane, alto, capelli cortissimi e chiaro di carnagione.
   <<Vieni, vieni... Se ti fischiavano le orecchie, adesso ti do un motivo. Ho appena finito di parlare di te.>>, esordì l'uomo rivolgendosi al nuovo entrato.
   Il giovane sorrise. Poi ribatté: <<Mi auguro tu abbia parlato dei soli difetti, papà!>>
   <<La signorina Francesca si è letteralmente innamorata del tuo scrittoio. Mi è dispiaciuto tantissimo doverle dire non fosse in vendita. Stavano giusto andando via...>>, replicò al figlio.
   Il giovane si avvicinò alle due donne. Strinse la mano della signora, poi si affiancò a Francesca e alzandosi i Rayban sulla testa, la fissò annegando nell'umido dei suoi occhi. L'avrebbe contemplata così fino a sera, ma un fremito inconsueto scelse per lui. Abbassò lo sguardo e con delicatezza le prese la mano sinistra e la condusse di nuovo a quel mobile.
   <<L'hai visto il cassetto segreto?>>, disse il ragazzo mentre con cura le liberava la mano dalla sua.
   <<Eh, già... Si. L'ho visto>>, rispose la fanciulla. Gli occhioni ancor più madidi, ancor più lucidi.
   Il figlio dell'ebanista sospirò. <<Occhi come i tuoi non dovrebbero mai vedere le lacrime. E non sarò di certo io a prendermi questa responsabilità...>>, le sussurrò, certo che solo lei l'avesse udito.
   A questo punto il ragazzo sorrise. A turno, ruotando il capo, incrociò lo sguardo dei presenti. Tamburellò col palmo della mano sulla ribalta, poi con voce autorevole: <<Chissà cosa ci metterai in quel cassetto!>>, esclamò.
   Quella frase altisonante richiamò fulminea l'attenzione delle due donne benché dalle espressioni dei loro volti pareva chiaro che non l'avessero compresa del tutto.
   Il giovane prese da parte il padre. <<Papà, voglio tu lo dia a lei. Ci tengo. Però, senza fretta, il restauro richiede tempo... E non prenderti anticipi... Stasera a casa ti spiego tutto.>>, disse il ragazzo facendo l'occhiolino al padre.
   <<Sei sicuro... Non è che poi te ne penti?>>, ribatté il padre.
   <<Mai stato così certo. E poi mi conosci, papà.>>, concluse il figlio.
   Il giovane tornò ad accostarsi a Francesca. Puntando i pollici verso l'altro, fiero in volto, esclamò: <<E' tuo!>>, e continuò: <<Sono davvero felice che l'abbia tu. Se eri così triste per non poterlo avere, non poteva finire in mani migliori. Avrà di certo tutte le tue attenzioni... Beato lui!>>, sorrisero entrambi, e frapponendosi tra le due donne, dando le spalle alla madre, guardando la fanciulla negli occhi, le sussurrò ancora: <<Ora... Devo andare. Per forza, e purtroppo. Ma... Vorrei tanto poterti rivedere. Tanto>>.
   Francesca non disse nulla, ma i suoi occhi erano tornati luminosi, e il sorriso sembrava non volerla abbandonare.
   Il giovane salutò tutti, e con premura, uscì.
   <<Signorina! Deve proprio aver stregato il mio Massimo... Non l'avevo mai veduto così rapito. Che dire? Lo scrittoio è suo! Ma non mi metta fretta... Le cose belle, sanno farsi desiderare...>>, disse rivolgendosi a Francesca pur senza precludere alla madre talune occhiate benevoli, anch'ella visibilmente soddisfatta dalla piega che inaspettatamente, quella giornata, aveva preso.
   <<Ringrazi ancora suo figlio da parte nostra!>>, disse la signora.

   <<Non si preoccupi, signora. Lo vedrete ancora...>>, rispose l'uomo strizzando l'occhio alla ragazza che fece intendere di aver ben compreso quel segno, lasciando che fosse il rossore delle sue gote a firmarne, in calce, la risposta.
   <<Studia, suo figlio?>>, esordì la signora per stemperare l'imbarazzo evidente della figlia.
   <<Si è laureato da poco in giurisprudenza.>>
   <<Ah, un avvocato in famiglia fa sempre comodo!>>, riprese la signora, adesso più sciolta e serena in volto.
   <<No, no... Non ci pensa proprio a voler fare l'avvocato. La settimana scorsa ha vinto il concorso per commissario della polizia di stato. Vuole giocare a fare l'investigatore...>>, concluse l'uomo, sogghignando.


   Quello scrittoio a dorso d'asino fu il primo regalo che Massimo fece a Francesca, la donna che sei anni più tardi, sarebbe divenuta sua moglie.


M.
(L'uomo dei difetti...)

lunedì 27 aprile 2015

LA TRASPARENZA


Tra tutte le gesta, la (T)rasparenza gridò virtù


Soffiarono i venti...
Le spazzarono via una avanti l'altra...
Allorquando impavida una s'alzò,
e gridò Virtù.


Di battute spedite feci capanna,
da maliziosi sorrisi trassi delizia
e allorché io stesso d'esserlo mai negai
la vita mia  - viverla -  predilessi.


Di modi gentili feci virtù,
d'affabili dame respirai l'essenza
di labbra bagnate adorai la fragranza.


E ancor prima...

La (T)rasparenza delle gesta
non senza affanno,  nudo,  cercai.
Risposte.
Tra la foschia,  le mie domande  scorsero.
Cristalline.
Esse mai furono...

 M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]
Cos'è la trasparenza nei rapporti umani importanti ?   Il peso che diamo a questo concetto è funzione della nostra indole e del nostro vissuto. Per quanto mi riguarda, considero la trasparenza alla stregua di una virtù.   E così va letta e interpretata nella riflessione in versi di cui sopra.   Vorrei altresì far notare il mio riferirmi ai soli rapporti importanti e di qualsiasi natura essi siano; (A)micizia o amore. Se un rapporto non è fortemente importante o sussistano impedimenti che ne minino di fatto la longevità, be', allora in quel caso, io stesso prediligo la riservatezza alla trasparenza a tutti i costi. In fin dei conti, non possiamo andar d'accordo con tutti, non è necessario andar d'accordo con tutti e soltanto con una manciata di anime si verificano i presupposti affinché si instauri quella sintonia particolare, e talvolta, unica. Quando due persone percepiscono davvero d'essere avviluppate dallo stesso collante, trovo triste e poco rispettoso nei confronti dei reciproci sentimenti in essere, scegliere di mettersi da parte, allontanarsi... Solo perché si è deciso (in via unilaterale) di non poterne illustrare i motivi, o di non volerlo fare... Solo perché si è scelto di non voler essere (T)rasparenti...

IL VENTO NUOVO

La primavera dei miei sensi

   Ci sono notti in cui al giaciglio fai ritorno con le vesti impregnate di battaglia.

E scevro delle forze, subitaneo ti sorridi.
   Perché il cremisi che ancor t'alberga sulle labbra, spavaldo, narra le gesta del più intimo fendente.  

Tuttavia, ogni battaglia ha un fine. E una fine. E in qualche modo,  il giorno del ristoro, arriva sempre...
    Il cielo è terso, il cuore è pieno, e gioiosa la bellezza impazza...
   Eppure, quel cremisi che un tempo fu spavaldo... Atterrito, al dì, figura stinto.
   T'accorgi così che "il tutto"  e  "il tanto" sotto lo stesso tetto, mal s'accoppiano.
E che la Primavera, forse, non è solo una stagione. E stretta porta con sé la "fioritura" d'un vento che soffia dove l'altro non sapeva più soffiare. Ermetico, talvolta. Ma frizzante e impavido ad invaderti le froge, e i sensi che scellerati t'avevano illuso d'essere assopiti.
E questo, mi piace.
Mi piace perché al mio più bel cremisi io non rinuncio allorquando vivido,  oggi mi riconosco.
   E come a un tempo ispirato, con leggiadria e in versi, a Voi mi raffiguro...


Allorquando tumido
e voluttuoso figurava saldo,
quel che nulla poté l’inverno,
il terzo che dei dodici fu il pazzo, 

l’indissolubile, sfaldò…

Là, m’abbeverai…
M’abbeverò.
Perché del dono,
ne spartiva il conto.
E del di lei Canto prezioso poi,
le scarlatte mie, umettate e fiere,

arroganti ne soffocavano gli intenti.

E del tempo in cui credevo…
Sano, ne crebbe il sentimento.
Ma del desio, il solo vento.
E se io fossi lo stesso
dei lucciconi ne farei stagno.
Bensì il petto più mi batto
allorché del sogno ne feci incetta,
e fiammante, al nuovo
pronto io m’affioro...
Perché fiero, dal novello ispirato
ravveduto riconosco,
quel che mai fu davvero il mio.


E sereno per davvero oggi io sorrido
a quanto il cuor mai spense,
ed esterrefatto
miro all’ardore già disperso,
che lascivo,
in concordia, trasferì....

M.
(L’uomo dei difetti…)