martedì 28 aprile 2015

L'incontro - Flashback tratto da "Delitto in giacca e cravatta" de L'uomo dei difetti.



L'incontro tra Francesca e il Commissario da ragazzo


Era solo una ragazza, non aveva neanche vent'anni quando accompagnata dalla madre entrò nella bottega de L'ultimo ebanista.
   Era un vero fuoriclasse dell'inventiva, Gigi Del Monaco. Creativo quanto un mago, ed eccentrico, come tutti gli artisti. Era uno di quelli che andava a simpatia. Se non scattava nulla a livello empatico, non c'era verso di affidargli un lavoro. Approcciava una scusa, neanche ben imbastita, e tanti saluti. Tempo cinque minuti, ed eri già alla porta.
   Ma quella ragazza gli piaceva. Gli piacevano quegli occhioni vispi, che con voluttà manifesta, irrequieti, usavano posarsi ovunque. Ora su un'angoliera francese del settecento, ora su un pomposo settimino in stile Liberty o su una più abbordabile libreria del novecento nostrano.
   Ma fu quando urtò per errore un paravento in legno e carta di riso che fungeva da separé tra la zona pubblica e privata, che la bionda fanciulla fu definitivamente rapita.
 
 L'idea che avesse infranto una zona off-limits non le aleggiò neppure per un solo istante in quella testolina di giovane donna. A tratti ingenua, un sorriso contagioso, pulito. Un corpo tutt'altro che spigoloso benché sottile. Alta, giovane e dalle movenze già così eleganti. Ma era classe innata la sua. Nulla di ostentato dimorava in lei. E poi, curiosa.

   Le sopracciglia s'erano inarcate sopra gli occhi sgranati e la bocca spalancata, e anche le dita parevano aver preso una strada impervia. Girovaghe, s'erano infilate tra le fenditure dei cassetti che per certo mero prodigio figuravano adesso non più celati dalla ribalta.
   Quello scrittoio a dorso d'asino le aveva fatto completamente dimenticare il reale motivo che l'aveva spinta in quel laboratorio. La libreria. La scelta di una libreria di pregio per la sua camera. Era quello il regalo che aveva domandato ai genitori per aver passato la maturità a pieni voti. Non il motorino nuovo o i soldi per la patente, e neanche la festa in piscina come aveva fatto Laura, l'amica del cuore.
   Ma di quella libreria non le importava già più un fico secco.
   L'oggetto del desiderio di Francesca era uno scrittoio della fine del settecento francese. Due ampi cassetti intarsiati nella parte frontale e sei cassettini sagomanti localizzati all'interno della ribalta. La facciata e i lati erano foggiati in bois de violette. Un pezzo di pregio, e di certo non per tutte le tasche.
   <<Dio, che meraviglia!>>, esclamò la fanciulla mentre faceva scorrere, radente, il palmo della mano sulla superficie piana adibita alla scrittura.
E già si immaginava nella sua camera. Seduta a quella sorta di scrivania per soli eletti. A compilare i suoi diari. A scrivere le sue poesie.

   I polpastrelli delle dita benché pregni di polvere non si davano pace. E dalla ribalta, scaltri, s'erano già insinuati sull'ottone dei pomelli, e dentro i cassetti.
   <<Un sogno! Sei cassettini per le mie cose. Mamma, ti prego. Non ti chiederò più nulla fino alla laurea. Comincerò l'università più contenta con uno scrittorio così. Sai che bello al centro della camera! E un giorno, quando mi sposerò, lo porterò con me... Non te lo lascio di certo... Mamma!>>
, disse ancora la ragazza, eccitatissima.
   Ancor prima che la madre potesse proferir parola, l'artigiano, armeggiando con la maestria di un giocoliere all'interno del mobile, si intromise: <<Sette>>, disse. <<I cassettini interni, sono sette. Non sei. Ce n'è uno segreto. Eccolo...
>>, e anticipando la reazione presumibilmente gongolante di Francesca, con un velo di desolazione sul viso, continuò: <<Mi dispiace signorina. Mi creda, mi dispiace veramente perché la vedo così raggiante. Purtroppo... Questo pezzo non è in vendita.>>
   Francesca si incupì all'istante. Anche le iridi parevano diverse. Un minuto prima, due fari abbaglianti illuminavano la penombra di quella bottega. Un minuto dopo, due flebili lucine che se fossero state di posizione, a stento, avrebbero passato la revisione. E così figurava il cremisi delle labbra che come il turchino degli occhi, s'era andato spegnendosi.
   Possono rubarti tutto, tranne i sogni. E' così che si dice. Malgrado ciò, la tristezza che affondava il suo manto sul capo della ragazza sembrava raccontare tutt'altra storia.
   Ora era accanto alla madre, di lato, appena un passo più indietro, come se tutto d'un tratto la timidezza avesse preso il sopravvento, come se fosse tornata di colpo piccina, e timorosa, cercasse protezione.
   <<Non c'è alcun modo per averlo? Forse... Le è già stata data una caparra? Se il prezzo non fosse proibitivo potrei pagare io le spese che dovrebbe sostenere per annullare l'ordine del suo cliente...>>, disse la madre rivolgendosi al signor Del Monaco. Anche lei in qualche modo atterrita per quella sorta di dispiacere, tangibile, provato da quella figlia che solo soddisfazioni aveva saputo darle.
   <<Non è una questione di soldi, signora. Come detto a sua figlia, il mobile non è in vendita. Lo sto restaurando nei ritagli di tempo. E' un regalo per mio figlio.>>
   Le espressioni dei visi delle due donne s'erano uniformate all'istante. La delusione, blanda, aveva già passato il testimone alla rassegnazione, disarmante.
   <<Mamma... Ti prego, andiamo a casa... Non mi sento tanto bene. Torniamo un'altra volta per la libreria.>>, sussurrò la ragazza alla madre con un volume di voce appena sufficiente affinché anche l'uomo la potesse udire.
   Erano già passati ai convenevoli quando dalla vecchia porta in legno d'abete, cigolante, apparve un giovane, alto, capelli cortissimi e chiaro di carnagione.
   <<Vieni, vieni... Se ti fischiavano le orecchie, adesso ti do un motivo. Ho appena finito di parlare di te.>>, esordì l'uomo rivolgendosi al nuovo entrato.
   Il giovane sorrise. Poi ribatté: <<Mi auguro tu abbia parlato dei soli difetti, papà!>>
   <<La signorina Francesca si è letteralmente innamorata del tuo scrittoio. Mi è dispiaciuto tantissimo doverle dire non fosse in vendita. Stavano giusto andando via...>>, replicò al figlio.
   Il giovane si avvicinò alle due donne. Strinse la mano della signora, poi si affiancò a Francesca e alzandosi i Rayban sulla testa, la fissò annegando nell'umido dei suoi occhi. L'avrebbe contemplata così fino a sera, ma un fremito inconsueto scelse per lui. Abbassò lo sguardo e con delicatezza le prese la mano sinistra e la condusse di nuovo a quel mobile.
   <<L'hai visto il cassetto segreto?>>, disse il ragazzo mentre con cura le liberava la mano dalla sua.
   <<Eh, già... Si. L'ho visto>>, rispose la fanciulla. Gli occhioni ancor più madidi, ancor più lucidi.
   Il figlio dell'ebanista sospirò. <<Occhi come i tuoi non dovrebbero mai vedere le lacrime. E non sarò di certo io a prendermi questa responsabilità...>>, le sussurrò, certo che solo lei l'avesse udito.
   A questo punto il ragazzo sorrise. A turno, ruotando il capo, incrociò lo sguardo dei presenti. Tamburellò col palmo della mano sulla ribalta, poi con voce autorevole: <<Chissà cosa ci metterai in quel cassetto!>>, esclamò.
   Quella frase altisonante richiamò fulminea l'attenzione delle due donne benché dalle espressioni dei loro volti pareva chiaro che non l'avessero compresa del tutto.
   Il giovane prese da parte il padre. <<Papà, voglio tu lo dia a lei. Ci tengo. Però, senza fretta, il restauro richiede tempo... E non prenderti anticipi... Stasera a casa ti spiego tutto.>>, disse il ragazzo facendo l'occhiolino al padre.
   <<Sei sicuro... Non è che poi te ne penti?>>, ribatté il padre.
   <<Mai stato così certo. E poi mi conosci, papà.>>, concluse il figlio.
   Il giovane tornò ad accostarsi a Francesca. Puntando i pollici verso l'altro, fiero in volto, esclamò: <<E' tuo!>>, e continuò: <<Sono davvero felice che l'abbia tu. Se eri così triste per non poterlo avere, non poteva finire in mani migliori. Avrà di certo tutte le tue attenzioni... Beato lui!>>, sorrisero entrambi, e frapponendosi tra le due donne, dando le spalle alla madre, guardando la fanciulla negli occhi, le sussurrò ancora: <<Ora... Devo andare. Per forza, e purtroppo. Ma... Vorrei tanto poterti rivedere. Tanto>>.
   Francesca non disse nulla, ma i suoi occhi erano tornati luminosi, e il sorriso sembrava non volerla abbandonare.
   Il giovane salutò tutti, e con premura, uscì.
   <<Signorina! Deve proprio aver stregato il mio Massimo... Non l'avevo mai veduto così rapito. Che dire? Lo scrittoio è suo! Ma non mi metta fretta... Le cose belle, sanno farsi desiderare...>>, disse rivolgendosi a Francesca pur senza precludere alla madre talune occhiate benevoli, anch'ella visibilmente soddisfatta dalla piega che inaspettatamente, quella giornata, aveva preso.
   <<Ringrazi ancora suo figlio da parte nostra!>>, disse la signora.

   <<Non si preoccupi, signora. Lo vedrete ancora...>>, rispose l'uomo strizzando l'occhio alla ragazza che fece intendere di aver ben compreso quel segno, lasciando che fosse il rossore delle sue gote a firmarne, in calce, la risposta.
   <<Studia, suo figlio?>>, esordì la signora per stemperare l'imbarazzo evidente della figlia.
   <<Si è laureato da poco in giurisprudenza.>>
   <<Ah, un avvocato in famiglia fa sempre comodo!>>, riprese la signora, adesso più sciolta e serena in volto.
   <<No, no... Non ci pensa proprio a voler fare l'avvocato. La settimana scorsa ha vinto il concorso per commissario della polizia di stato. Vuole giocare a fare l'investigatore...>>, concluse l'uomo, sogghignando.


   Quello scrittoio a dorso d'asino fu il primo regalo che Massimo fece a Francesca, la donna che sei anni più tardi, sarebbe divenuta sua moglie.


M.
(L'uomo dei difetti...)

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