giovedì 14 maggio 2015

Zagara.

Zagara. sulle labbra, e sul cuore.


Aveva smesso di piovere già da un pezzo.
  Sulle mani, intirizzite, il gelo apriva scaglie vive e poi vermiglie me le seccava. Alla schiena era andata pure peggio. Il mantello, nero, greve e fradicio mi lambiva la spina dorsale con la passione d'una carezza di ghiaccio che graffiante mi rizzava dritto ad ogni impronta dell'incerto mio incedere. 

    Alle narici, del solo miele, l'effluvio. No, non profumava neanche alla lontana di miele d'acacia. Quello lo conoscevo bene. Di agrumi. Folgorante, mi sovvenne.
    << Di Zagara. >>, il vento allorché dotto, da dietro le spalle, mi soffiò puntuale.
    I Viandanti si sa, fanno razza a sé. Spesso eccentrici. Saggi, talvolta. Conoscono i venti e i venti sanno come riconoscere loro. Si racconta che abbiano due soli compagni.
Il bastone, per saggiare. Il vento, per sapere dove andare.

   E anch'io avevo i miei. E l'altro, presto mi resi conto, non era il bastone.
   Due uomini che provenivano da direzioni opposte mi urtarono le spalle. Quello più anziano, azzimato, vestiva il solo bianco. L'altro, il solo nero. Mai veduti prima.
   Con un cenno del capo abbozzarono un saluto. Io feci lo stesso.

    << Che buon profumo di arabica! >>, disse l'uomo vestito di bianco.
    << Arabica ? … A me pare pollo fritto! >>, ribatté il giovane vestito di nero.
    L'uomo in bianco girò sui tacchi, invertì la sua marcia e infervorato prese ad andargli dietro. Li osservai discutere sulla qualità dei rispettivi olfatti fino a quando, voltato l'angolo, le tenebre inghiottirono figure e suoni.
   Pensai fossero due pazzi. Pollo fritto ? Arabica ?
Era miele! Palesemente, miele! E intenso, da morire! 
    Intorno a me solo terra. Tanta, e bagnata.
Mi venne da pensare alle mie scarpe. Chinai il capo. Poi mi voltai, esterrefatto. Tornai diritto. Non avevo scarpe. Non avevo più le mie scarpe. I piedi erano nudi, e terra aggrappata fin quasi alle caviglie. Tentai di scrollarla, una, due volte. Poi una terza. Niente, non andava via.
    << Mai, andrà più via. Così è scritto. >>, lo stesso vento di prima, sempre da dietro, mi mormorava secco.
   Impregnato, inspiegabilmente fiero, dal solo olfatto scortato, calpestai il confine di quella terra che caliginosa, sentivo non essermi sconosciuta.
   Una frase che non sapevo come giustificare, frastornante, mi scorreva indolente nella testa, da tempia a tempia, come in una proiezione al cinematografo. E nel fragore, mi scuoteva le membra.

Nella terra dei due colori, le arroccate pietre, mai orbe, riconoscevano dotte, nell'una, i confini dell'altra.


    Non ebbi neanche il tempo d'abbozzar congettura che l'oscurità venne lacerata da un chiarore confinato, tremolante. A terra, lungo quel confine che non vedevo, ma percepivo più reale dell'argilla che le mosse mi zavorrava, una vecchia lampada che dall'odore che spandeva avrei giurato fosse alimentata a petrolio, illuminava il pertugio di quella che subito m'apparve una baita, in legno. Piccina. Un nido.
   Sulla porticina stagliava il battente, d'ottone, anulare e rilucente. A neanche un metro, sulla stessa ala, campeggiava bassa l'unica finestra. Alle imposte era applicata una grata di ferro grezzo che ripartiva il vetro in quattro celle. Tutte uguali. Tutte appannate.
Una luce, gialla, dall'interno ne delineava gli orli, e fioca trapelava dalle fenditure, arrendevole.
   Avevo voglia di sbirciare, sapevo di doverlo fare.
 Ma questo non me l'aveva imboccato il vento. Lo sapevo da me.
Voglie e desideri, non li delego. Mai.
    
Adesso, mani sapienti afferravano del pane già tostato. Spalmavano burro... Tanto burro... Non avevo mai veduto così tanto burro su di una fetta sola. 
   Radente, la mia mano scivolò lungo il mantello a cercarne l'orlo. Ne afferrai un lembo e lo usai per ripulire il primo quadrante di quella finestra. Tentai.
   La cultura è davvero importante, mi dissi. Se in terza elementare il mio maestro non m'avesse parlato della cavità toracica, quella notte, avrei scommesso il cuore fosse localizzato in gola. Tanto me la sentivo pulsare, calda, come niente di tutto il resto. Forse. Il respiro, già ansante.
   Ecco che uno spargimiele, spavaldo, penetra la mia inquadratura. In legno d'ulivo, agli occhi. Lussureggiante, ai pensieri.
   Con la bocca semiaperta, immobile come uno stoccafisso, godevo di quella scena rubata. Lo vedevo ricolmo e rilucente gremire burro, pane e quelle dita che, scaltre, quando non t'appagano, raccontano.
Quanta storia m'avrebbero potuto raccontare quelle dita che come archetti, dirigevano, e affusolate, ammaliavano.
    Ma poi, parliamoci chiaro, l'avrei davvero voluta conoscere tutta quella storia ? 
Allora lasciai decidere al cuore che già m'appariva stregato. M'aggiustai la tesa del queensland che portavo sul capo, feci un lungo respiro, e mi dissi di no. 
Quando una donna ti toglie il sonno alla notte e il respiro al giorno, il solo pensiero delle sue carezze su una geografia diversa dalla tua ti manda ai matti.
 Figuriamoci poi il saperla godere sotto un uomo, che di tuo, non porta neanche il nome.
E' un po' come nel poker alla texana. Quando ne rimangono solo due. Quando sei in heads up. Se il tuo avversario va in all-in, non sei mica obbligato ad andarlo a vedere...
Talvolta, è meglio non sapere. Per entrambi. Talvolta.
    Tornai ad accostarmi a quella finestra un'ultima volta. Un ultimo sguardo a quella lunga veste nera che solo di spalle m'era fatto dono scorgere.
E a quelle dita...

Quanta storia ne avrei voluta io, con esse, tutte e sole, scriverne...


   Non mi riusciva più di vederla.
Il mio muscolo cardiaco impazzava. Feci un balzo, poi m'inerpicai, passai in rassegna tutti i quadranti di quelle imposte, mi ci spiaccicai contro, ma niente. Volatilizzata.
Come quando cala il sipario. Lo spettacolo è finito e tanti saluti.
   Le mie orecchie si drizzarono per un fragore in due tempi. Lo percepii venire di lato, dalla mia sinistra, un rumore secco prima, un cigolare poi.
Era la porta. Socchiusa, adesso.
   La mia fanciulla è di nuovo nella mia prospettiva. E' stata lei. Deve essersi accorta di me. Me ne convinsi.
Il tempo di inspirare, e fui dentro. Lei era ancora di spalle quando, accompagnandola per non far rumore, richiusi la porta alle mie.
Dischiusi le labbra, e ancor prima che io potessi proferir parola, mi arrivò davanti. Scalza, anche lei. Tese un braccio verso il mio viso e con foga poggiò le sue dita, affilate come lance, attaccaticce, contro le mie labbra.
Del vento neanche il sibilo. Ma egualmente, nella testa, una voce di donna mi richiamava al silenzio. Perentorio.
Tentai di puntellarmi le labbra con la lingua. Impattai a più riprese contro quei polpastrelli che umettati me le serravano, e grondanti spargevano nettare tra i miei baffi che scendevano diritti, come solidi binari, ai lati del mento.
Cominciavo anch'io a sapere di miele, e profumavo anche...
Sapevo di dovermi sedere. La fanciulla taceva. Ma solo con la bocca.
   Ora è su di me, a cavalcioni. La mano ancora a giocare alla museruola. I suoi polpastrelli me la martellavano al ritmo di un motivetto che mentre lo intentava le illuminava gli occhi a festa, e lo sguardo sognante, come quello di una bambina affaccendata a scartare il suo regalo. L'altra mano brandiva quell'unica, gonfia, fetta di pane tostato e burro e miele. Candida, e dorata. Come la nudità di quella sua pelle che il solo bramar di sfiorare mi permettevo. Per non sciuparla. Per quanto già io l'adorassi, non permettevo neanche ai miei pensieri il lusso di scorgerla in profondità.
Con moto ondoso, sinuosa, mi s'avvicinò al petto. Il bacino dondolava lento su quanto di mio di certo non mentiva. Quando la mia emozione, pulsando, si fece imbarazzante, insistente, percepii il suo respiro di concerto col mio, trafelato. Adesso i suoi occhi erano serrati. Ma la danza non ebbe fine.
I nostri visi erano ormai ad un solo palmo dei miei. Vidi la sua bocca sfiorare la sua stessa mano che ancora tappava la mia, e languida, affannosamente languida, mi fece scivolare in un orecchio:
   << Zitto... Stai zitto. Respira, solo di questo abbiamo bisogno, adesso. >>
La faccenda non m'era affatto chiara. Sapevo solo che se anche fosse stato tutto un losco tranello del destino, se anche mi stessi giocando la vita, il solo ritrovarmela avvinghiata col suo fiato misto al mio ad invadermi le froge, avrebbe giustificato il mio risponderle valoroso: << Obbedisco. >>
   << Ce l'hai fatta ad arrivare... Temevo non arrivassi più. >>, tenera, e sempre più languida, concluse.
   Avrei voluto parlare anch'io. Raccontarle di quella notte pazza e magica, di quelle scarpe che più non possedevo, di quella terra dei due colori criptica fin dal nome, ma che presagivo mia. E poi di quel vento, e di quel profumo di miele che da lei m'aveva condotto. Le avrei parlato di me per tutta la notte. Ma non feci in tempo a dirle nulla. Ancor prima di realizzare di aver riavuto indietro le mie labbra non più occluse, la sua mano aveva già passato il testimone alla sua bocca.
Sentivo la sua lingua percorrerne i contorni, e poi deglutire più volte. Quei baci sapevano di buono. Di nuovo. Di una bellezza che le labbra mie, scarlatte e gonfie, non avevano conosciuto prima di quell'incantesimo.
   Mi dimostrai indisponente. E per farle presagire di non aver ancora imparato la lezione, tornai a fiatare:
   << Che fai, mangi ? >>, e lei, smorfiosa:
   << Si. Ti mangio. E adesso ti bevo, pure... >>, stavo per sorridere quando con la reattività di una mangusta s'avventò sul mio labbro inferiore, a succhiarlo prima e lacerarlo con gli incisivi poi. Un taglio secco, e rivoli di sangue a scendere copiosi.
   Portò l'altra mano all'altezza del suo viso e diede un morso a quella fetta di pane e burro e miele, che arrogante non accennava ad abbandonare alcuna delle mie fantasie.
   Non avevo mai veduto dei denti così brillanti. Diciamo pure che nulla di quanto mi stesse accadendo quella notte io avessi mai veduto; provato.
Aggraziata, sorridente, con ancora stille del mio sangue sulle labbra, carnalmente imburrate, mi disse:
   << Lo so. Questo, non te l'hanno mai fatto. Ma non avrei potuto leccare le tue ferite se prima non ti avessi lacerato. Quello che ti offro io è quello che non c'era. Quello che non credevi fosse possibile avere. Io ti offro il sogno. >>
   Mi vide comprensibilmente frastornato. Ma quel bruciore sanguinante non mi creava disagio. Mi convinsi fosse un qualcosa simile ad un processo di purificazione. Necessario. E desiderato. L'avrei fatta continuare se solo l'avesse voluto. Purché a lacerarmi, ovunque, fosse sempre e solo lei.
Il mio sguardo si posò sulla sua mano imbrattata di miele, e sul burro, di me imporporato.
<< Perché guardi il pane ? Per quello abbiamo tutta la vita. Stringimi, adesso. Forte. Fortissimo. >>   I suoi piedi, irrequieti, giocavano con i miei, fermi. L'argilla che prima era solo mia, adesso, era la nostra.   Le infilai le mani sotto la veste. Le feci scorrere dalle reni fin sopra le spalle A saggiarla, avide. Era bollente. Il tepore della sua schiena me le scaldava. La trassi a me. Poggiai il viso tra i suoi seni turgidi, alti. Mi ci saldai. A quel punto potevo anche morire.
Ma non morii.
Le domandai solo, ansimante, tanto da sembrare più una confessione che una domanda:
   << Quanto forte vuoi che io ti stringa ancora... >>
Ferma nella mia morsa, serafica, ella mi rispose:
   << Stringimi... Da lasciarmi solo in vita. >>

   Fu allora che riconobbi in lei la voce del vento che in quella terra m'aveva scortato. D'incanto, tutto m'era cristallino. Era lei che mentre m'attirava col suo profumo di miele di Zagara, scoraggiava gli altri viandanti, indirizzandoli altrove con i più disparati odori. E la mente mi corse rapida a quei due uomini incontrati solo poche ore prima...
   Quel profumo senza storia l'aveva confezionato per me, e con esso, ella m'aveva scelto...


M.
(L'uomo dei difetti...)

mercoledì 6 maggio 2015

Era notte, ed eri (M)ia.


Era Notte ed Eri Mia.

Era ieri, ed era già notte...
L'avrei affrontata come le altre. 
Come le ultime, altre.
Pensavo.
L'un l'altra avviticchiate allorché disperse...
Abitate, forse...
Vissute, mai.


Pensavo male.

D'improvviso una voce...
E d'incanto quel timbro che più caldo del cremisi della bocca che la soffiava,
scuotendomi, mi braccò.
Suadente e poi fragore,
mi puntellava le labbra come se mai l'avessero fatto prima...
Perché anche la Spina che s'addentri al petto sa far dei brividi il dono,
e allora io dico:  Pazzia sia, se è questo il canto!


Attonita.
Perché è meraviglia quanto nulla sia cambiato allorquando Quel che suggeva un dì,
stanotte,
ancor beveva...


Stremato e Fiero e Impavido la richiamavo a terra perché ella di me facesse strazio e poi grida e poi sole e poi luna e poi il nulla men che Due.
E volata via poi...
Commista ai baci che l'adornavano in circolo,
lungo un fianco incisa, scarlatta, la sua preghiera...



M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]
   Ci sono momenti in cui una sensazione, un palpito improvviso, suggerisce di fermarsi ed ascoltare l'eco delle tante domande che ponendosi s'annidano.
   Allora ti volti, e guardi...
E ti rendi conto che le risposte, talvolta, non necessitano affatto d'esser costruite né ricercate.
 E' nel rumore assordante del silenzio, che discinte, s'adagiano...

lunedì 4 maggio 2015

Il puro, e l'altero.

Il puro, e l'altero.

Allorquando il passo fu fermo,
allorché nudo,
del mio uscio il Viandante picchiò il battente...
E sedette al mio umile desco rinfrancato dall'amore dell'uomo.

Dalla dedizione del buon padre,
preservato.


A colui che annunciato da migliore arroganza
sostasse stizzito dinanzi la soglia...
Io dico che tronfio non s'angusti.

Dacché troverà anch'egli,
certamente,  degno ristoro.


Al civico appresso.


M.
(L'uomo dei difetti...)