venerdì 31 luglio 2015

Quanta storia dietro un Vecchio.

Ad ogni nuovo respiro... Si fa la storia.
Immaginandomi al "capolinea", vorrei potermi voltare e abbandonarmi ad un'ultima illusione: Aver fatto della buona storia.
Quella che state per leggere, in particolare, è una riflessione alla quale sono intimamente legato.
   La scrissi qualche anno fa, a matita... E la scrissi per me.

Davanti, avevo il camino. 

Alle spalle, i trentacinque anni che m'avevano veduto bambino, ragazzo, uomo.

Intorno, solo l'abbraccio dei ricordi. 

   Lo sguardo, solo in parvenza perduto a discernere tra le fiamme il punto angoloso dalla cuspide. Avrei voluto, forse dovuto, esser nudo per godere appieno della proiezione che, "al di qua" dei miei occhi, s'andava saggiando...

   Ho provato ad immaginare il vecchio che potrei diventare...



IL VECCHIO


Non conquisto nuove terre per recintarle.
Le conquisto per conoscerle.

A me non importa se l'Amore impazzisce ancora per il mio odore,
se ho gettato la spugna o se ho deposto le armi.
Quello che conta è averlo conosciuto.

Attraverserò la Primavera,
poi quella dopo, e un'altra ancora...
Avrò gli occhi zuppi d'acqua,
saprò tante cose più di oggi,
altrettante le avrò dimenticate
e allora mi chiameranno vecchio.
Non il saggio,
il vecchio.

Quanta storia dietro un Vecchio...


M.
(L'uomo dei difetti...)


martedì 21 luglio 2015

Il gelo divise ciò che il cuore mai spazzò.

L'arcano Cavaliere e la Fanciulla


   E così come dalla corrente che fu d’Agulhas 
guizzò fiero il solitone,
così il vento che dell’altro ne fu il trespolo,
subitaneo, soffiò stanotte…


   Perché se è vero che l’uno rifugge l’altro per l’onor d’un rigore,
e d’una carta che canta… Allora,
sulla frequenza io già accordato,
attendo e mi domando cosa mai intonerà
allorquando quel cremisi che pulsando impazza,
annegherà in lucciconi,
terre, lembi, e quel fido rigore…
E al cuor non basta l’ammucchiar figure che a un tempo narravano la gioia del leccarsi al tramonto. 

Ferite vere, e ricercati giacché scarlatti voluttuosi rivoli…

   E benché a tono di chiusura quanto la ragion sussurra…
Ciò che col gelo il pavido divise,
l’arroventato cuore,
risorgendo, mai spazzò… 

E di questo, oggi ne son certo,
quella carta, salmodiando, narrò…




M.
(L'uomo dei difetti...)

venerdì 17 luglio 2015

Al ventur lerciume l'uomo fu forgiato da quel senno, che poi, fu il (P)rimo.


Talvolta getti l'ancora e ti soffermi a riflettere sulle vicissitudini della vita, anche le meno tangibili...
Talvolta ti fai un'idea di una persona già il primo giorno, e dentro di te vorresti fosse sbagliata...

Tenterà di convincerti di essere diversa da come tu la vedi... 
E provi a crederle... E' anche giusto farlo.
   Tuttavia, a ogni piè, capita, fosse anche dall'imposta più tetra,  che la nuda verità s'affacci spavalda ad illuminar ragione...E ti rendi effettivamente conto di chi hai avuto davanti.
   Però, stavolta, ironia della sorte, la delusione sarà tutt'altro che longeva, non ne rimarrai stupito...
In fin dei conti, lo sapevi già.
 
M.
(L'uomo dei difetti...)
 
[Post Scriptum]
Per i graditi ospiti al mio umile desco, ho sintetizzato, in un aforisma a mo' di promemoria, crudo e non meno illuminante, la digressione di cui sopra.
"Al ventur lerciume l'uomo fu forgiato da quel senno,  che poi,  fu il (P)rimo."

mercoledì 8 luglio 2015

L'uomo del dì feriale.

L'uomo del dì feriale.

   Se ti manca l'aria solo quando sei da sola...
Non curartene, perché a mancarti non sono io. 
A mancarti è un'idea.
L'idea che di me ti sei fatta.

   Allora io ti dico: Apri le finestre, tutte!
   "E ancor prima che l'ultimo pertugio fu dischiuso,
 leggiadra e tronfia, ella tornò a respirare...  Come fosse già notte, come fosse già Sabato, notte."

   Ma era solo un altro dì.  Feriale.
E non era il mio.


M.
(L'uomo dei difetti...)

[Post Scriptum]
   Scrissi la riflessione che avete appena letto parecchio tempo or sono. Ho voglia di riproporla oggi per i Viandanti che vorranno sostare al mio umile desco perché ritengo sia sempre attuale. Talvolta, in via disarmante. Se ne parlava proprio ieri con una mia amica che si guadagna da vivere facendo la psicologa.
   La forgiai per narrare di una situazione in un certo senso non infrequente. A chi non è capitato di esser cercato e ritenuto importante quasi insostituibile, solo quando chi ti cerca non abbia da far di meglio ?
   Io credo che la vera indole delle persone si manifesti nei dettagli. Nei comportamenti, e non solo nelle parole spesso tutte figlie dello stesso ceppo. Perché chi ti ritiene davvero importante, non sa proprio come operare colpi di spugna che estirpino ciò che, invece, doveva albergare nel vanto, nella fierezza. E nulla importa che il giorno sia feriale o non feriale, se sia Sabato o Lunedì.  Se sei importante, lo sei sempre. E si vede. Si deve, vedere. Perché mai, quel dubbio,  ci attanagli.
   Perché è così labile il confine tra chi davvero ti vuole (B)ene, e chi lo racconta...

mercoledì 1 luglio 2015

IL DANDY


La rossa del Dandy


   A due passi da Piazza del Popolo c’era la Standa.
Adoravo perdermici dentro. Il compartimento moda intavolava già dopo l’ingresso. Il piano terra era letteralmente disseminato da abiti e articoli di merceria. Per raggiungere la scala mobile d’accesso al secondo piano dovevi mettere in conto uno slalom tra manichini, lingerie e stampelle adornate e pesanti piazzate su supporti rotanti di metallo. 
   Nel solo reparto dei dischi ci stazionavo almeno un’ora. Poi, un salto al piano rialzato dei libri e il danno era bello che fatto. Entravo con gli occhiali da sole e all’uscita, era sempre notte.
   I libri della Standa non frusciavano come quelli delle librerie che ero solito frequentare. Affondavo il naso tra le pagine mentre le facevo scorrere a raffica e sapevano di buono. L’odore dei libri nuovi è uno di quegli odori che non sai mai come descrivere, ma che riconosceresti tra mille e uno e più effluvi.

   Quel pomeriggio, c’era un bel sole.
Saranno state si e no le tre. Per non attendere l’apertura della Standa davanti al marciapiede come un fesso, decisi di fare un giro in Piazza del Popolo, godermi lo spettacolo dei piccioni e lasciare che le lancette scorressero un poco oziose.

   Il solito via vai di studenti in corsa, il viso di una signora sempre più paonazzo mentre spinge buste rigonfie nel fondo d'un carrettino 
già strabordante, e sgangherato; e che poi, a dispetto della chioma incanutita dai lustri riprendeva a trascinarlo, indefessa, spedita verso quel pullman numero 95 arancione, stranamente vista l'ora, già alla fermata. Il vociare animato di due mamme che con in braccio i pargoli spingevano carrozzine vuote, e un nonno piegato a metà col fiato grosso e le reni addossate al lampione e la fronte madida, imperlata dal sudore e dagli schizzi instradati da pistole verdi di piccole canaglie pestifere. E tutto questo, accadeva al sole. Si, al sole, perché all’ombra, invece, seduto su una rampa di gradini, c’ero io. Tra le gambe l’inseparabile Invicta Jolly Top e in mano l’uniposca per imbrattare l’ultimo angolo dello zaino stranamente ancora vergine.
    Ecco che una Bentley Azure color panna s’avvicina lenta alla fila dei piloni di cemento che delimitano la zona pedonale centrale. Il motore è in folle, il ruggito dei seimila centimetri cubici mi graffia entrambi i timpani mentre visualizzo nella mente l’ago dei giri-motore svettare oltre la soglia dei cinquemila.
Adesso, il silenzio.
La tigre è arrivata.  E’ sazia. L’hanno sentita tutti.
I miei occhi gli sono addosso. Non la mollano.
E’ il turno degli umani”, penso.
   La portiera del conducente si spalanca in due tempi e ne viene fuori un uomo distinto sulla sessantina, elegante,  copri capo a tesa larga e cappotto cammello. Lo  scorgo chino infilare la testa all’interno dell’abitacolo e tormentare una leva. Il sedile in pelle ruota verso il volante rivestito di cuoio nero fino alle razze e fanno comparsa sui sampietrini, una dopo l’altra, due paia di gambe, chilometriche e perfette.
   Richiusa la portiera, le due donne si sistemano una alla destra e l’altra alla sinistra dell’uomo. Lo prendono sotto braccio e s’avviano verso il centro della piazza.
   La rossa dalla chioma riccia e vaporosa abbandona il braccio del suo attempato cavaliere e scatta solitaria incontro alla compagine di piccioni lanciando loro qualcosa che sembrano gradire. Il sorriso le illumina il viso già baciato da quel sole inconsueto, distende le braccia a mezz’aria abbracciando il cielo. Il tepore dei raggi cominciano a intiepidirle le gote, lo so, lo vedo, sono rosee, adesso.
Chiude gli occhi e prende a ruotare su se stessa, due giri con la naturalezza d’una prima diva degli anni ‘60. Dalla mia prospettiva l’avevo già relegata allo stato di dea con tanto di tacco 12, inarrivabile, intangibile, da guardare si, ma con le dovute precauzioni.
   Eppure, il vecchio col cappotto cammello, c’era arrivato eccome. Ma io avevo solo 17 anni, e pure incompiuti. Che ne potevo discernere io di siffatte dinamiche.
   La mora dai capelli lunghi, la raggiunge.
La rossa indossa dei pantaloncini color antracite, l’altra, un pantalone di pelle nero, aderente, strettissimo.
Divertite, sembrano giocare. Intentano la prima strofa di Albachiara di Vasco Rossi, si sfilano le pellicce e se le scambiano.
   L’uomo s’accorge che lo spettacolo mi risulta assai gradito. Sembra fare una smorfia che interpreto di soddisfazione, richiama a sé le ragazze e, flemmatico, deposita un bacio sulle labbra di ognuna di loro, prestando cura che il tutto fosse nella mia più pregevole prospettiva.
   Le abbandona alla loro danza e s’avvia verso i gradini, verso di me.
   Me lo ritrovo seduto a un metro scarso. Gli anelli neanche si contano, e su entrambe le mani. Una catenina d’oro massiccio gli adorna il collo abbronzato, perdendosi poi tra il petto villoso e i primi due bottoni della camicia sbottonata.
Gli fisso le scarpe. Le classiche anni 20 da gangster bianche e nere. Costose, di qualità artigianale. Era la seconda volta che le vedevo.
La prima, ne Il Padrino di Francis Ford Coppola. Le indossava Sonny, Santino Corleone, il fratello maggiore di Michael Corleone, Al Pacino.
   Con la coda dell’occhio lo scorgo ruotare la testa nella mia direzione, ed era la seconda volta; come quando qualcuno freme per dirti qualcosa, ma tituba. Ma quel tizio non aveva affatto l’aria di uno che titubasse,  e capii solo dopo che in realtà, egli mi stesse solo studiando.
   Compie il gesto di avvicinarsi, ma è solo l’appiglio per iniziare una conversazione, il sedere rimane pressoché al suo posto.
   << A moré, te piàceno ? >>, mi dice con voce rauca, esattamente la voce che osservando la sua figura immaginavo gli si addicesse.
Avevo capito perfettamente la domanda, ma mi sentivo imbarazzato e feci finta di non capire.
   << In che senso ? >>
Ma lui non se ne cura e prosegue diritto.
   << Te le voi comprà ? >>
Abbasso lo sguardo, un gesto di stizza. E’ rozzo, volgarmente ricco, ma mi viene spontaneo dargli del lei, per reverenza anagrafica, suppongo.
   << Ma che dice… >>, gli dico, sfoggiando un ghigno che palesava disagio.
Il tizio tira fuori dalla tasca un fermaglio d'oro deformato dalla miriade di banconote che tratteneva, e ne sfila una da centomila.
   << A moré, le donne vere non so' come le donne dell’artri, non so’ pe’ tutti, si le voi, comincia a mette i sordi da parte… Tie! >>, avvolge su se stesso il pezzo da cento e me lo infila nella tasca davanti del giubbetto di jeans, di fianco all’uniposca.
   Ero ancora più confuso di prima e poi non mi piaceva quando mi chiamavano "moro" o "moretto". Il primo istinto fu quello di rifiutare sonoramente, ma fui raggiunto da  due buffetti sulla guancia con il dorso della mano che mi lasciarono interdetto. Agitò un braccio e indirizzò un gesto alla ragazza coi capelli rossi.
   << Vedi moré, le donne so’ nate pe’ rompe i cojoni, je vai bène quanno pare a loro, te stressano e poi te dicheno che so' mestruate e che devi da capì. Alla fine sei sempre tu quello che nun capisce, hai capito ? C’è sempre qualcosa che nun je va bène… >>
La dea rossa ci si paventa davanti. Sorridente. Contagiosamente sorridente.
   << Stai a véde, moré ? … Che te pare una come l’artre, questa ? >>.
Nonostante si sia all’ombra, le guance, me le sento in fiamme.  Mi scopro fin troppo ammaliato dal suo viso.
Leggere efelidi le contornano il nasino dissolvendosi sulle gote, occhioni del colore del mare di Sperlonga ammiccano luminosi e impavidi e teneri. Linee conturbanti delineano labbra scarlatte, lascive e tumide.
   L’uomo si alza in piedi, prende la ragazza per una mano e la induce a fare un giro completo su stessa.
   <<  A moré, hai visto che culo, che tette, che stacco de coscia… E quanno le trovi tutte ‘ste cose su una sola! Femmine così il mestruo nun ce l’hanno mai. Quanno la matina me arzo dar tre piazze, me le trovo là, profumate, me le rimiro cor culo ar vento e me dico “cazzo, è buon giorno!” >>
Prende fiato e continua: << E non è mica finita qua, senti senti, a more’... A Giulia bella, dì a ‘sto moretto quanto lo ami er papi tuo... >>
  La voce della ragazza è piacevole, ma con un accenno infantile. E adesso conoscevo anche il suo nome.
   << Ti amo da impazzire, Dandy! ... Dan-dy! Dan-dy!! >>
   << A Giulia bella, dì a ‘sto moretto chi è er più grosso scopatore der monno! >>
   << Ma sei tu, Dandy ! ...Dan-dy! Dan-dy!! >>
   La faccenda cominciava ad arrivarmi chiara. E più la ragazza parlava e più scemava il suo fascino. Era bella da tremare, lo confesso. Ma avrei preferito che non parlasse. Ci sono persone che nel silenzio danno il loro meglio, ecco, Giulia era senz’altro una di queste.
Il Dandy estrasse due carte di credito dal portafogli e le porse alla ragazza.
   << Tiè bella der Dandy, annàte a fa’ shopping, comprateve er negozio, e ridete… Ridete… Ve vojo vedé ride! >>
   << WoW, Dandy! Ma prima voglio un grande gigantesco gelato al cioccolato con una montagna di panna! >>
   Giulia gli si avventa al collo, lo stropiccia, lo bacia, dà un bacio sulla guancia anche a me e giubilante corre sui tacchi verso l’amica al centro della piazza. Su una cosa ero d’accordo con quel Dandy, più la guardavo, più mi sentivo sereno. Giulia, in quel momento, era  l’immagine suprema della spensieratezza.
   << Hai sentito, moré ? Hai capito ? Si da granne voi èsse felice, devi da fa' come me, “paghi e te levi er pensiero”. Senza troppi cazzi. Ce lo sai che ar maschio ce piace èsse piàto p’er culo se se tratta d’orgojo. Pago, e so’ er mejo maschio, er più bello, er più forte, er numero uno… So er Dandy!  Hai capito, moré ? 
Aricordate sto nome, Er Dandy! >>
   Forse ero troppo giovane per comprendere quell’ottica, forse troppo pulito, forse troppo lontano da quella ricchezza e quel mondo che m’ostentava davanti.
   << Si, ho capito. Ma a che serve, se poi è tutto falso, io non la voglio una donna che sta con me solo perché le offro una vita agiata e soldi a iosa! Io voglio una donna che stia con me perché mi desideri e mi apprezzi per quello che so essere. >>
   Mi era salita la rabbia e il tono della voce mi si era elevato senza volerlo. Mi sentivo pungolato su ciò in cui ho sempre creduto.
   << A moré, tojeme na curiosità, ma a te, che te piace ? >>
Sono sempre stato per le cose semplici, per i dettagli. Quel genere di cose che non costano nulla, ma se mancano, ti fanno sentire come uno dei tanti, come un numero senza peso che fluttua in uno spazio popolato da altrettanti numeri, altrettanto senza peso.
   << Mi piace chi si ricorda del mio compleanno senza che io glielo abbia rammentato. E che frema, eccitato, dalla sera prima, per essere il primo a mezzanotte a volermi dire: "Auguri!".  Ecco, questo mi piace. >>
   << Bravo moré, me piaci. Me ricordi i bei tempi de quanno ero no stronzo qualunque, stronzo e idealista, de quanno ero come te, de quanno nun capivo 'n cazzo e figuramose le femmine. >>
   Si dà due botte con le mani sulle cosce e si rizza in piedi.
   << Dai moré, famo che avemo scherzato, i sogni so sogni, e nun te li vojo rovinà… >>
   Stava per andare via, ma istintivamente gli tocco un braccio per farlo voltare e reagisco di getto:  <<  Io non voglio pagare una donna perché ella mi voglia bene! >>.
   Scoppia a ridere, e io non capisco. Anzi, a me la cosa sembrava alquanto seria. Importante.
Mi guarda fisso negli occhi.
   << Si, moré. Er modo ce sarebbe. La voi na donna che te dice le stesse cose che dicheno a me e senza pagà ? >>
   << Certo che la voglio, e sono certo che l'avrò! >>
   << E allora vai, trova la più bella fica che t’aggrada e… Falla innamorà de te. E’ questo er trucco. >>
   Ah, be’, il discorso filava. Ma non mi sembrava nulla d’eccezionale. Era come aver scoperto l'acqua calda.
   << L’amore può tutto. Quando sei innamorato e guardi con gli occhi dell’amore è tutto bello. >>
   Di nuovo la sua risata che adesso cominciava a starmi sui nervi. E ancora una volta ne ignoravo i natali.
   << A moré, è mejo che me ne vado perché sei indifendibile. Vabbè, famo pure che la trovi e la fai innamorà come na pazza. Ma er problema te rimane. Perché lei te dirà pure che sei er mejo de qua e sei er mejo de là, ma er dubbio ce l’avrai sempre. E chi te lo leva quello. Nun saprai mai se te lo stà a dì perché lo ritiene vero o perché nun te vole fà soffrì… >>
   Mi rabbuio. Chino il capo e prendo a fissare lo zaino, ma fosse stata qualsiasi altra cosa, sarebbe stato lo stesso. Il Dandy non m’era affatto simpatico, ma non aveva del tutto torto. Una pioggia di pensieri mi si dimenavano nella testa, e francamente, nessuno di essi mi piaceva.
   La Standa stava aprendo, ma a me era passata la voglia. Anche il sole era sparito. Avrei solo voluto essere già a casa, a letto e con le cuffie a spararmi "The Unforgiven" dei Metallica dritto nelle orecchie per non pensare a nulla, Dandy in primis.
   Da lontano sento per la terza volta l’odiosa risata schiattata. Alzo il capo, lo cerco e lo vedo mentre accompagna con la mano, una alla volta,  il fondo schiena delle due donne all’interno della sua Bentley.
Si dà una regolata al cappello, poi mi guarda.
  << A moré! Stai contento che c’ho er trucco pure pé questo! Voi sapé che devi da fa' dopo che l’hai fatta innamorà pé nun ce avé più er dubbio  e  pé créde a tutto quello che te dice ? >>
Lo guardo fisso, imbambolato e annuisco col capo.
Mi sorbisco per la quarta volta quella risata inconsulta da ebete.
   << Innamorate pure Tu ! Questo devi da fa'… E' questo er trucco, moré! Du' cecati innamorati! >> 

   Mi fissa, ride e mentre ride mi mostra i denti. La testa si flette ora in avanti ora all'indietro, con una mano si pungola la pancia, e ride. Emette dei suoni simili a grugniti. Lo guardo, ma sono altrove.
   Quando mi saluta è già al trotto, mi dà le spalle: << Ciao moré, er Dandy te salutant!
>>
  
   La Bentley s’era già avviata. Prima di scomparire oltre il curvone dà due colpi di clacson. Come un riflesso spontaneo, una mano mi si agita nell’aria. Non seppi mai se fossero per me. Come del resto non seppi mai più nulla del Dandy.
   Sapevo solo che mi era venuta voglia di gelato. Un gigantesco gelato al cioccolato con una montagna di panna.

M.
(L’uomo dei difetti…)

[Post Scriptum]

   Ci fu un tempo in cui conoscevo un ragazzo che conosceva ancora poco la vita.
Quelli, sarebbero stati gli anni suoi più belli. Gli anni in cui il dolore era solo qualcosa che s’ammucchiava al paniere dei sostantivi dello Zingarelli; il suo poi, l’aveva pure ereditato tutto sfilacciato e con tanto di pagine svolazzanti decorate da caffè in macchie solidali alle orecchie che ne addolcivano gli angoli, ma non i timpani che puntualmente venivano frizionati dalle urla della madre.
   Alle mamme, si sa, le orecchie ai libri non sono mai andate a genio.
   Ma non cullatevi sugli allori, perché anche il rigar dritto, non garantisce affatto l’immunità.
  
   Sentite questa.
   In terza elementare ero diventato bravo e attento. Ricordo un tardo pomeriggio di Dicembre. Dopo più di due ore investite a leggere una ventina di pagine di sussidiario e fare di conto, tutto contento chiamo mia mamma:
<< 
A ma’ ! Guarda che bravo che so’ stato, manco na recchia !  Mo’ posso anna’ a gioca’ a pallone co’ Pedro… >>
E mia mamma, con la scopa in mano, insospettabile:
<< 
Tu non vai proprio da nessuna parte. Le pagine sono troppo nuove, neanche un’orecchia non è da te. Scommetto che non l’hai nemmeno aperto il libro! … E non piangere! Tra un’ora torna tua sorella e ti controlla i compiti. Intanto, comincia a leggere… E dall’inizio! >>
Insomma, puoi anche essere nel giusto, ma quando sei piccolo… Orecchie o non orecchie, sei spacciato. La tua fama di maschio ti precede. 

   Pensate un po’ se avesse scoperto che a far pipì dal balcone ero io e non mio cugino Pedro...