lunedì 31 agosto 2015

La credibilità del testimone (stralcio tratto da un progetto narrativo al quale sto lavorando: DELITTO IN GIACCA e CRAVATTA)

Introduzione per comprendere la scena.

   Un tizio, un certo Sig. Pinto, telefona al 113 riferendo di aver veduto da "lontano" e da altezza ragguardevole, un uomo ben vestito, inerme sull'asfalto cocente d'Agosto, lungo una nota via di Latina.
Il Sig. Pinto è un operaio in forza all’acquedotto di Latina nord; il più alto serbatoio pensile dell’agro pontino. Curiosa forma a fungo, tipico dell’era post-fascista.
Il commissario Massimo Del Monaco, trasferito nuovamente a Latina dopo sette lunghi anni di assenza, è incaricato delle indagini. E la prima cosa che vuole fare, è dirigersi verso l’acquedotto, e verificare la storia del Sig. Pinto ovvero verificare che davvero dalla sua posizione si potesse osservare il corpo della vittima localizzato a circa 500 metri di distanza…

(...)

   Il commissario attraversò le strisce pedonali e si trovò di fronte l'inferriata di cinta, verde,  che come un abbraccio stringeva a sé gli organi che garantivano l'approvvigionamento di acqua potabile ai residenti. Lì in mezzo, solitario, attorniato da accudite aiuole e arbusti sempreverdi, s'ergeva mastodontico il serbatoio pensile. Un'enorme struttura di calcestruzzo armato proiettato verso il cielo come un pistone verso la testata. Oltre cinquanta metri di curiosa forma a fungo, e di fascisti natali. E quello interessava al commissario. Il gigantesco fungo ovvero la visibilità che dalla sommità di quel fungo si poteva avere.

IL FUNGO DI LATINA NORD


   Vide due operai in divisa lasciare dinoccolati l'impianto e il cancello elettrico richiudersi. Sulla porzione inamovibile campeggiava azzurro il logo del gestore a capitali stranieri. Frutto e non ultimo della tanto osannata privatizzazione.
   Suonò al citofono e si presentò. D'incanto l'attuatore ottico prese a illuminarsi d'un colore arancio, intermittente, mentre il cancello d'un grigio cinerino aveva già cominciato a scorrere.   
   Un uomo dalla corporatura piuttosto esile, paonazzo in viso, gli veniva incontro a passo svelto.
   << Salve... Sono il commissario Del Monaco, ho premura di conferire con il signore che ha telefonato al nostro centralino qualche ora fa. >>, esordì il commissario mentre stringeva la mano che l'altro gli aveva porto.
   << Si... Ho chiamato io, prima è passato un agente per dirmi di rimanere a disposizione perché qualcuno sarebbe venuto ad ascoltarmi...Ecco... Io non credevo di alzare un polverone... Qua già tutti i colleghi mi guardano storto... Sembra quasi che io abbia fatto qualcosa di male... >>, rispose l'uomo, con voce incerta, deglutendo più volte.
   << Lei ha fatto benissimo, ed è un tangibile segno di civiltà. Ma andiamo per gradi. Una cosa alla volta. Innanzitutto, come si chiama ? >>
   << Rosario Pinto. >>, gli rispose l'operaio, tirando un sospiro di sollievo.
   << Benissimo sig. Rosario, vorrei mi conducesse ora nel punto esatto dal quale ha veduto... Quello che ha veduto. >>
   L'uomo lo scortò fino al basamento cilindrico della colossale costruzione. Di fronte, il pertugio d'accesso. Una porticina di ferro e lamiera che quasi stonava in quel contesto dove tutto era ciclopico. Entrarono. Il Pinto avanti, e il commissario al seguito. I due si scambiarono un'occhiata, e quella del commissario era decisamente preoccupata; poi l'operaio fiatò:
<< Si maresciallo, dobbiamo farcela a piedi. >>
   L'unico loro lasciapassare per la sommità di quel colosso di cemento aveva sembianze decisamente non amichevoli. Quattrocento scalini, ripidi, grezzi,  e tanto moto.
   Sbucarono fuori dall'altro capo della scala dieci minuti più tardi. Avevano finalmente raggiunto la vetta. Spaziosa, circolare, calpestabile e protetta da solida ringhiera di tubolari in ferro. Dal centro veniva su l'antenna cui era ancorata la luce intermittente di segnalazione. Rossa, come la vernice che correva fuori dal cappello. Giusto una spanna sotto la ringhiera.
   Mentre il commissario si liberava dal fiatone per quegli ultimi  gradini fatti di corsa, il Pinto aveva già raggiunto la posizione incriminata. E stretto con le mani il mancorrente del parapetto, si voltò cercando il commissario.
   << E' questo il punto, maresciallo... Venga, venga... >>
   Il commissario, s'avvicinò. Ruotando lentamente su se stesso come le lancette di un orologio, prese a guardarsi intorno. A un certo punto scosse la testa, sbuffando come a voler dire “Caro Pinto, non ci siamo... Non ci siamo proprio...”.
   << Signor Pinto, ho due notizie per lei. La prima è che mi ha già chiamato due volte maresciallo. Ed io non lo sono. La seconda è che non sto qui per perdere tempo. Quindi, basta puttanate, e passiamo alla verità. >>, esordì secco il commissario e indossato il suo sguardo più accigliato, lo raggelò.
   << Ma... Non capisco, cosa... Che significa... E' questo, davvero... E' questo il posto... Lo giuro! >>, rispose l'altro, con fare incerto, vistosamente mendace.
   << Ah, si? Venga, venga... >>, il commissario gli poggiò una mano sulla spalla e con l'indice dell'altra gli indicò la figura di quella che avrebbe dovuto essere una persona in bicicletta scorrazzare in una via attigua.
   << Mi dica... Non abbia timore, com'è vestita quella persona sulla bici ? E soprattutto, si tratta di un uomo oppure di una donna ? >>, gli domandò il commissario con atteggiamento accondiscendente.
   L'uomo si vide spaesato. Madido in viso. Il test del commissario l'aveva interdetto. Spiazzato. E non poteva essere altrimenti. Perché da lì sopra non si vedeva un bel niente. Risultava difficile distinguere anche il solo colore degli abiti di quella persona in bicicletta. Figuriamoci la sagoma di un uomo vestito dello stesso colore dell'asfalto e ad una distanza tripla rispetto a quella del test appena posto in essere. 
   << Il fatto... E' che... Durante le pause mi piace fare del bird watching e allora, di tanto in tanto, porto con me il binocolo che ho fin da ragazzo. >>
   Forse ci stiamo avvicinando alla verità, pensò il commissario. Poi domandò: << E dove si trova il suo binocolo, adesso ? >>
   << Giù nella guardiola. Nella mia sacca. L'ho lasciata quando è arrivato lei... Non credevo servisse. Se vuole mi faccio portare la borsa. >>
   << Eh, già... Serve. Se la faccia portare su, e di corsa. >>, sentenziò di getto il commissario. Lo sguardo gli finì sull'ultimo gradino della porta di ferro dalla quale erano apparsi dianzi e un flebile risolino gli sfuggì beffardo. Già, di corsa, pensò.
   L'operaio si tastò le tasche della salopette e da una ne estrasse un obsoleto Motorola 8700. 
Aprì lo sportelletto, armeggiò sulla rubrica e seduta stante convocò un suo collega. Dopo un quarto d'ora se lo videro sbucare all'aria aperta e consegnò loro un vecchio zaino Invicta Jolly Top.
   Salutò, e così com'era apparso, svanì. Fretta di tornare al proprio turno o forse, di non immischiarsi in quella faccenda.
   Afferrato il binocolo, il commissario si rese conto che la visibilità era ottimale.
   Poté riconoscere la sagoma di gesso che aveva preso il posto della vittima evidentemente già trasportata all'obitorio. Osservare gli operatori della scientifica scattare fotografie sul balcone del secondo piano, e la matassa di cavo residuo ricoperta ancora dal nylon, adagiarsi malferma tra le onde dei coppi.
   Ebbene, si. La storia del signor Pinto era credibile. Eccezion fatta per la motivazione. Il bird watching. Motivazione alla quale il commissario credeva quanto all'esistenza di babbo natale.
   Talvolta, però, capita, che è proprio quando meno te l'aspetti che la soluzione, come d'incanto, acquisisce forma, assume piega. Come uno ologramma. Come uno spettacolo. Dinanzi gli occhi. Oltre l'obiettivo.
   E la soluzione che si paventò davanti agli occhi del commissario aveva le sembianze di un abbondante fondo schiena latteo che figurava ancor più generoso a causa di quello slip che appena accennato, scaltro, s'era insinuato tra le pieghe più profonde. In realtà, il commissario accettò l'ipotesi che ella ne indossasse effettivamente uno solo dopo aver osservato i fianchi cui erano annodati dei lunghi e fantasiosi laccetti decorati da perle.  
   Accanto ai piedi, un tavolino di poco conto in plastica bianca, circolare, uno di quelli col buco al centro per l'asta del parasole. Sul piano trovavano posto un pacchetto di Merit, un accendino e due bicchieri di vetro, alti, dai quali fuoriuscivano cannucce e ombrellini di carta, variopinti. Un ombrellone, la cui asta appariva parzialmente ripiegata, celava agli occhi del commissario il resto di quel corpo.
   Ad un certo punto entra a far parte dell'inquadratura una seconda donna, decisamente magra, anch'essa di carnagione molto chiara. Bionda. Un modesto tanga bianco ne arricchiva solitario la nivea epidermide. Una mano brandiva la confezione di una famosa marca di creme abbronzanti, arancione.
   Ancora in piedi accostò entrambe le mani a quel flacone che ormai cominciava a deformarsi come stretto in morsa. Un colpo energico, una stretta possente, rapida e un flusso assai copioso s'andava depositando sul corpo dell'altra donna, all'altezza delle reni. Bianco come la neve. Di certo caldo, come il tepore di quel sole, che presto, le avrebbe accarezzate entrambe...



M.
(L'uomo dei difetti...)

martedì 18 agosto 2015

Il Cavaliere, e la Luna.

IL CAVALIERE e LA LUNA



Allorquando il sogno
 si riflesse negli occhi della fanciulla,
il Cavaliere

smise i grevi panni di difetti intrisi
e armato di sole carezze
le afferrò la mano,

ed invidiosa la Luna,
la danza, illuminò... 




 M.

(L'uomo dei difetti...)

giovedì 13 agosto 2015

Le mani sapienti.


LA MANI SAPIENTI


Libere saggiarono scaltre giacché bramate,
,
dove alle diverse, 
il solo scorgere fu precluso. 




M. 
(L'uomo dei difetti...)

mercoledì 5 agosto 2015

IL TURGORE DI QUELLA SOLA NOTTE.


Nel turgore di quella notte



   E fu allora che il turgore di quella notte,
spazzò via ogni notte...


   Declinò il crepuscolo, 
dallo squarcio l'aurora s'avventò sulla fanciulla,
e su quelle labbra che tumide e dischiuse, 
or ora laceranti, saggiavano...
e allorché dotte, arroventate e poi sapienti,
la risanavano... 
Perché al mistero mai s'arrese
giacché ella l'ebbe scelte.
E cullata fosse anche tra un milione, ovunque, l'avrebbe ravvisate... 
Perché di quei baci stagliò il fragore
allorquando spumeggianti l'avvolgevano, 
e poi morbidi e lascivi, la riassettavano.
Nel turgore, detonante, di quella sola notte... 

   E così come l'indaco non discioglie, 
la voluttà di quell'incanto la resa ebbra e orgogliosa e fiera... 
Dacché adesso, ella sapeva... 



M.
(L'uomo dei difetti...)

martedì 4 agosto 2015

L'arcano Cavaliere e la Fanciulla






   Ricordo che un giorno un Vecchio mi raccontò di una terra, di un lago, e di un guscio che galleggiava ad un palmo da una sponda delle sue.   In quel guscio di legno, in quella terra che neanche le mappe sapevano appuntare, viveva una fanciulla...  
   Aveva modi gentili, e benché vivesse sola, ella non era triste. Sapeva di non essere una donna come le altre. Ma questo non le creava motivo di disagio. Trascorreva le giornate coltivando con passione i talenti per i quali era venuta al mondo. Leggeva e sognava, al giorno, e scriveva, alla notte. Poesie. Storie. Ricordi del suo essere donna. Desideri...
E quando le maglie dei pensieri non la vedevano assorta, era dedita a preparare leccornie, angeliche e fragranti.
Tutto quanto ella toccasse, diveniva florido, rigoglioso e zuccherino.
   Si racconta che in un pomeriggio invernale, assorbita e fragile, avesse appena ammassato della farina allorquando un’emozione, slacciata, s’abbandonò in stille su quell’impasto che poroso crebbe solenne sotto i suoi occhi. Ne fece del pane. Tanto, pane. L’alba s’affacciò, e solo ad allora ella smise di sfornare il frutto dell’amore. Il profumo del prodigio aleggiò su quelle terre per tre giorni e due notti.

   La Fanciulla aveva pretendenti e pretendenti vestiti da cultori...

Di tanto in tanto, leggiadra, aveva voglia di donare un sorriso alla gente del lago che sulla terra ferma, rispettosi, mantenendosi a distanza le facevano visita per cogliere il solo riflesso di quella bellezza, e offrire il proprio dono. L'unica possibilità, forse, per essere ricordati...
   E poi c'era un Cavaliere, solitario, misterioso...
Viveva in una terra lontana... Lontana dalla Fanciulla, dai cultori, dai pretendenti e dai cultori e pretendenti...
Non era più ricco, più alto, più bello o più intelligente degli altri, e non vestiva neanche d’azzurro.
Ma egli aveva un (S)ogno, e un cuore che se solo la fanciulla l’avesse saputo, voluto, potuto leggere...

   E tutte le mattine s'alzava dal suo giaciglio di piume vestito di solo quello. 
   La sua mente non architettava piani, soffiava disegni, morbidi. La sua anima, pura, era la tela. Il suo cuore, il carboncino.
   Avrebbe voluto adorare quella figura leggiadra che una sola volta gli era stato fatto dono scorgere mentre lasciava abbeverare il cavallo a pochi metri da quel rifugio in legno, fluttuante, mentre gli sguardi bassi e irretiti degli uomini in bivacco s'avvicendavano circospetti.

Mai alcuno, forestiero, nostrano, aveva osato avvicinarsi così tanto a quella creatura che di terreno aveva ben poco.

   "Insolente...", pensò la fan
ciulla mentre osservava la scena affacciata dall'unica finestra.
Col gomito urtò un barattolo di vetro, ma non se ne curò. Gli occhi erano ormai perduti, altrove.
   << Non andartene, trova la chiave, tu puoi, tu... >>, questo, invece, disse tra sé e sé, mentre le iridi, pervinche, lo seguivano sellare il destriero, e risalendo la sponda, allontanarsi. 
Allontanarsi e poi svanire, come un sogno quando ti ritrovi d'incanto a fissare il soffitto, a palpebre dischiuse, nel cuore della notte. Come quando pensi che forse, tutto quello che hai vissuto, presagito, non sia mai esistito. Si, forse è andata proprio così.
   Eppure, quel barattolo di miele era ancora per terra, e rovesciato, profumava...

M.
(L'uomo dei difetti...)