giovedì 16 giugno 2016

L'incontro a casa del ragazzo col trolley verde. L'uomo alto vestito di nero. [stralcio III]



La portiera si spalancò in due tempi.
   Un piede fuori dall’abitacolo, poi un balzo e la sagoma del passeggero senza parapioggia stagliava autorevole sull’asfalto viscido.
  Il motorino d’avviamento prese a gemere, poi un raschio stridulo e la vettura tornò in moto.
   Chiuse la portiera.
  Sollevò una mano e l’accostò alla fronte, a piombo, per pararsi gli occhi dalla pioggia. Tentò di guardarsi attorno. Dunque, annuì. Con un cenno del capo, e una smorfia delle labbra.
   Sorridendo diede due colpetti col palmo di una mano sul tettuccio umido del tassì bianco, a mo’ di saluto.
   Il conducente inserì la freccia, sollevò il pedale dalla frizione e gli rispose con un colpo sul clacson, e uno sul gas.
   Aggirò una pozzanghera e salì sul marciapiede. Quattro falcate e lo sguardo gli si era già posato sull’elenco illuminato dei condomini menzionati sul citofono. 
   Terza fila verticale. Terzo pulsante.
   Lo premette. 
   L’altoparlante gracchiò, e una voce maschile si distinse a stento nel cacofonico sottofondo. 
   Gracchiò ancora.
  Prese l’iniziativa: <<Ragazzo! Sono…>> la frase venne interrotta dal ronzio che precedeva lo scatto di apertura del portone elettrico.
  <<Si, si… Só Manuel… Stò ar terzo, ‘nterno nove. Te convié có l’ascensore perché ‘a luce de ‘e scale nun dura ‘n cazzo>> poi si udì armeggiare con la cornetta, e la comunicazione cessò.

   Passi lenti, morbidi, percorrevano le scale rampa dopo rampa. Passi forestieri. Suoni regolari, ovattati, come di mosse diligenti in fil di punta.
   Terzo piano.
  Il pianerottolo era immerso nel colore delle tenebre. Nei suoni del silenzio. Con le spalle alle scale or ora visitate, l’uomo lasciò che gli occhi gli si adattassero all’oscurità. L’assetto era guardingo, come di chi non ha premura. Di chi mai chino fende l’aria col petto, e la ispeziona.
  Una mano guantata s’aggrappava alla parete di destra, muoveva. Mappava i rilievi. Quotava le rientranze. Valutava gli spigoli. Si insinuava tra le fenditure. Tamburellava. Peregrinava a ritroso. Scorgeva. L’accesso al vano per l’ascensore, e il metallo sabbiato della porta che ne mediava la praticabilità. Oltre, solo la tromba delle scale che salivano ai piani alti.
  Sulla sinistra, un corridoio immetteva agli appartamenti. Tre, e il terzo sul fondo.
  I passi ripresero. Pesanti e lesti, stavolta. ll picchiettio del cuoio sul pavimento s’era fatto grave, spavaldo. Imboccarono il corridoio.
  L’uomo si arrestò di fronte l’ultima porta. Si protese fin sotto l’anta, massiccia. Giusto una spanna lo separava dall’ottone del pomello. La fessura che correva tra il battente e il pavimento si illuminò. Il chiavistello singhiozzò tre volte. Un breve cigolio, e il presagio di una mano in affondo sulla maniglia.
  Una luce fredda di faretti a led invadeva il forestiero e il primo terzo del corridoio. La sagoma dell’uomo sotto i riflettori riempiva lo specchio della porta. In una mano stringeva la maniglia della ventiquattrore, nell’altra una borsa molle d’un azzurrino slavato. Una di quelle termiche, argentate all’interno, che alle volte ti aggiudichi alla cassa del supermercato per due euro ogni cinquanta di spesa.
   Adesso, erano l’uno di fronte all’altro.
   La figura all’interno esordì goffa. La bocca mezza spalancata mentre vacillava sulla postura sollevandosi sui talloni. Le labbra s’arricciavano in cerchi concentrici e uno sbuffo sedato, vibrando, li attraversava tutti. Le vibrazioni strozzate di una vocale prolungata, che subito accoppiò a un <<caz-zo…>> sfuggitogli così fiaccamente che l’altro dovette riflettere per decidere se l’avesse davvero udito o se invece fosse stata solo una trama della sua mente.
   Dal forestiero non trapelavano emozioni né un muscolo si lasciava registrare fuori posto. La pioggia residua indugiatagli addosso arrancava tra le pieghe dell’impermeabile.
   Due occhi fissavano dall’alto altri due occhi che adesso miravano altrove. L’uscio cominciava a puntellarsi e gocciole si slacciavano in rivoli, trasmodando oltre la soglia.
   Il padrone di casa staccò gli occhi dal pavimento. Le labbra, affatto certe sul da farsi, così come guizzavano, lì per lì s’acquietavano. Serrò i muscoli del viso come in un ritrovato slancio e ruppe silenzio e indugi: <<Zio.>>
   Ma lo slancio durò il tempo di una intramuscolo. Il fiato, incerto, non era quello dell’oratore. Ammutolì di nuovo.
   Ma ecco che un guizzo istintivo più nelle sue corde gli giunse in soccorso. Ebbe l’impulso di tirarlo dentro, così si allungò afferrandogli un braccio, ma fu veemente e l’altro inamovibile come se pesasse quintali. Dosò malamente la forza, si sbilanciò all’indietro e venne giù. Lo zio fece scattare una mano che lo afferrò per la cintura dei pantaloni prima che finisse al tappeto, e lo trascinò in piedi. Come una marionetta. Con quei pantaloni larghi che gli arrivavano agli stinchi e i piedi ossuti che sbucavano penzoloni, senza calzini.
   Il giovane indietreggiò appiattendosi contro la parete del corridoio.
   Un passo, e l’ospite fu dentro. Con un gesto studiato sferrato di traverso proiettò il dorso della mano sinistra chiusa a pugno verso l’anta della porta, apparentemente senza tangerla. Ma questa schizzò, fino allo scatto, ovattato.
  Con le spalle ancora all’uscio, smise l’impermeabile rimanendo nel suo completo nero. 



(...)


M.
(L'uomo dei difetti...)

4 commenti:

  1. E' sempre una gioia tornare a legerti (A)micheTTo mio!
    Il tuo stile inconfondibile fa' sempre il suo scalpore..complimenti..(B)acioTTi al (M)iele..rosa

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    1. Che bello leggerti qui!
      Sono oltremodo felice questo mio nuovo stralcio (dopo tanto silenzio) ti sia gradito, come gli altri a un tempo...
      (B)uonissima notte, cara Rosa ;-)

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    2. E io son felicissima per la ripresa della tua meravigliosa ispirazione..come pochi! (D)olcissimo giorno mio (T)esoro d'amico..tanti bacioni al miele..

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    3. Mi auguro di poter dedicarmi alle mie passioni con più costanza... (V)ita permettendo ;-)

      Un forte (A)bbraccio, carissima (A)mica mia...

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